Quando Massimo Barbuti mandò il Milan all'Inferno

Quel 14 settembre 1986, prima giornata di campionato Davide riuscì ad abbattere Golia. E i 60 mila di San Siro ammutolirono. L’uomo che fece piangere il Milan, il protagonista di quell’epica impresa fu Massimo Barbuti, di Pontetetto (Lucca), una vita a girare campi di provincia (Spezia, Parma, Ascoli, Taranto, Foggia...) lasciando sempre il segno con caterve di reti gonfiate.Il gol di San Siro però è rimasto negli annali del calcio. Un cammeo realizzato a 28 anni, forse troppo tardi per poter aspirare a club più prestigiosi. «Una rete che mi fruttò 8 milioni - racconta l’ex goleador dei poveri, bomber osannato a La Spezia e Parma (c’è ancora un murales con la sua effigie) - il premio partita pagato dall’incredulo, ma entusiasta Costantino Rozzi, il vulcanico presidente dell’Ascoli. A parte quei soldi, i titoli dei quotidiani sportivi, la domenica di celebrità e una piccola festa al mio ritorno nelle Marche con la gente alle finestre che sventolava bandiere bianconere e urlava il mio nome, quella rete che mi porterò dietro per sempre non mi ha consentito di spiccare il volo verso club più importanti. Per me, forse, i treni erano già passati e non sono mai riuscito a salirci sopra. Proprio quell’anno dovevo andare all’Inter a fare la terza punta dietro Altobelli e Rummenigge. Ma all’Ascoli non ne vollero sapere di lasciarmi andare dopo i 15 gol realizzati nel torneo cadetto. Spararono 3 miliardi per la mia cessione e i neroazzurri presero Garlini. Ma l’occasione più ghiotta della mia vita l’ho avuta quando poco più che ventenne dovevo andare al Barcellona. Giocavo nello Spezia e segnavo a raffica tanto che vennero a vedermi dalla Spagna. Era il 1979. Mi portarono a fare un torneo a La Coruna. I blugrana mi volevano a tutti i costi. Ma erano altri tempi, altra mentalità. Cosa andavo a fare in un paese per me sconosciuto? Rinunciai. E pensare che potevo essere il primo italiano ad indossare la gloriosa maglia del Barça». Quando parla di quel Milan-Ascoli del 1986 gli sembra di assaporare ancora quei momenti magici. Ricorda tutto nei minimi particolari: la partenza da Ascoli, l’allenamento di rifinitura in un campino nell’hinterland meneghino e soprattutto la convinzione di poter fare una grande partita. «Me lo sentivo. Un presentimento che nasce dalla voglia di dimostrare a tutti che la serie A l’avevo meritata, conquistata da solo partendo dalla parrocchia del mio paese quando, tra il disappunto del prete, piazzavo pali e traverse davanti alla porta della chiesa e mi allenavo a tirare. Giocare al Santiago Bernabeu, a Wembley o a San Siro per me era lo stesso. Avevo una carica tale che niente e nessuno mi avrebbero fermato. Dopo le solite raccomandazioni del mister ci cambiammo in silenzio e in fila indiana salimmo la scaletta che porta sul terreno di gioco. Alzai gli occhi e per la prima volta in carriera non vidi il cielo. Sopra di me una muraglia umana di persone. Roba da brividi. Ma durò pochi istanti, il tempo di battere il calcio d’inizio». Il Milan preme, l’Ascoli gioca di rimessa: «Un 8-1-1 - ride di gusto Barbuti - nel senso che ero da solo là davanti con Brady a fare da rifinitore. Il mister si era raccomandato di tener palla, di perder tempo e consentire alla difesa di respirare». Scocca il 19’. «Un minuto prima Virdis aveva colpito il montante. A centrocampo Brady arpiona un pallone e con il suo magico sinistro mi lancia in profondità. La palla indirizzata verso il vertice destro dell’area di rigore sta dirigendosi all’altezza della bandierina. Baresi è in anticipo, ma io, sull’esterno, al secondo rimbalzo da posizione angolatissima non ci penso su due volte e tiro in porta. Come facevo da bimbo sul sagrato della chiesa. Presi la palla di collo pieno mentre calava con tutta la forza che avevo. Ne venne fuori una parabola strana con la sfera che si abbassò in maniera repentina andandosi ad infilare a fil di palo alle spalle di Galli. Mi resi conto del gol soltanto quando venni travolto dall’abbraccio dei compagni. Nella ripresa ci strinsero d’assedio: salvataggi sulla linea, mischie, palle gettate in tribuna. Allo scadere potevo segnare una doppietta se non avessero fischiato un fuorigioco inesistente su un lancio millimetrico di Trifunovic. Soltanto alla fine mi resi conto di aver compiuto un’impresa mandando il Diavolo all’inferno sotto gli occhi di Berlusconi». Altri tempi, altri miracoli...

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