Avellino: storica salvezza

I miracoli anche nel calcio a volte si avverano, specialmente quando puoi contare su un pubblico che, come disse il presidente romanista Dino Viola, “ti trascina dall’inizio alla fine, rendendo il tuo campo difficile per tutti”. La salvezza conquistata dall’Avellino al termine del campionato di A 1980/81 è passata alla storia del calcio come “l’impresa dei lupi verdi”. Per l’Irpinia, fu un anno funestato dal terremoto del 23 novembre ’80. La stagione, oltretutto, si portava dietro le decisioni della Giustizia Sportiva per lo scandalo del calcio-scommesse. Il massimo campionato salutò Milan e Lazio, condannate dalla Caf alla retrocessione in B per illecito sportivo. Avellino, Bologna e Perugia se la cavarono con una penalizzazione di 5 punti. Il mercato estivo fu vivacizzato dalla riapertura delle frontiere dopo 14 anni. Tra i giocatori stranieri che giunsero in Italia, i colpi migliori furono messi a segno dalla Roma, che si assicurò il brasiliano Falcao, dal Napoli (con l’olandese Krol), dalla Fiorentina (l’argentino Bertoni) e dalla Juventus che portò in bianconero l’irlandese Liam Brady L’Avellino, zavorrato dalla penalizzazione, venne affidato alle cure del brasiliano Luis Vinicio, allenatore tra i primi ad applicare, alla guida del Napoli 74/75, uno schema che poteva associarsi al calcio totale olandese anche se, come disse in un’intervista del ’79 al Guerin Sportivo, preferiva chiamare il suo calcio con un solo termine: moderno. Già alla fine degli anni 60, alla guida dell’Internapoli, Vinicio aveva sperimentato lo schema a zona che l’ex attaccante di Belo Horizonte definiva “il più redditizio, in grado di dare bellezza e fluidità alla manovra”. Tra i punti di forza dell’Avellino, oltre a capitan Di Somma, spiccava l’attaccante Mario Piga, autore del gol decisivo contro la Sampdoria che aveva determinato, nel 77/78, la storica promozione in A degli irpini allenati da Paolo Carosi, punto d’avvio di uno strepitoso decennio in massima serie. Beniamino Vignola fu il giocatore al quale venne affidata la cabina di regia della squadra. Scoperto a Verona da Antonio Sibilia, abilissimo talent scout, il veneto fu un ottimo acquisto ed ancora oggi è ricordato come il miglior numero 10 transitato in Irpinia. Confermato Piga, tra i punti di forza dell’Avellino 80/81 spiccava Criscimanni, centrocampista dotato di buona tecnica individuale che non disdegnava le conclusioni a rete. Tra i pali, dopo la cessione al Milan di Ottorino Piotti, portiere tra i più amati dalla tifoseria irpina, venne ingaggiato il giovane Stefano Tacconi, 23 anni, reduce da una buona annata con la Sambenedettese. In attacco, arrivò dal Brasile Jorge dos Santos Filho, detto Juary, centravanti ventunenne, pescato nel club messicano de l’Universidad de Guadalajara, con un passato anche al Santos, società in cui aveva raggiunto la sua maturazione calcistica. Aveva convinto gli osservatori italiani per la velocità e l’abilità nei dribbling, unite ad un bagaglio tecnico non trascurabile. Dopo l’iniziale diffidenza, il feeling con i tifosi irpini fu solido per un attaccante che tornò molto utile agli schemi offensivi di Vinicio. La partenza stagionale dell’Avellino fu beneaugurante. Nella prima fase di Coppa Italia, la squadra di Vinicio riuscì a mettere in riga l’Inter, campione d’Italia in carica, e il Milan che, pur declassato in cadetteria, aveva mantenuto gran parte dell’organico con cui aveva conquistato il titolo italiano nel 1979. L’esordio ufficiale in coppa fu proprio contro i rossoneri: 1-1, con vantaggio irpino di Criscimanni e pareggio di Franco Baresi. Per la prima partita ufficiale, Vinicio schierò la seguente formazione: Tacconi, Massini, Giovannone, Beruatto, Cattaneo, Di Somma, Massa, Criscimanni, Ugolotti, Vignola, De Ponti. Le vittorie contro Palermo e Catania, oltre al pareggio a San Siro contro i nerazzurri, permisero all’Avellino di accedere ai quarti di finale. La stagione miglior inizio non poteva avere. Il rodaggio in Coppa Italia permise all’allenatore brasiliano di fugare alcuni dubbi, a cominciare dal portiere. Dopo le iniziali perplessità, le buone prestazioni di Tacconi, specialmente contro il Catania, convinsero finalmente l’allenatore brasiliano. “Avevo parlato, durante il ritiro estivo, dei miei dubbi su Tacconi. - ha affermato Vinicio rievocando quella stagione calcistica – Lo ritenevo non ancora pronto per il ruolo di titolare, specie in una squadra costretta a partire con una penalizzazione. Chiesi al mio presidente di acquistare un altro portiere. Poi, le parate di Tacconi contro il Catania mi fecero ricredere” Il 14 settembre ’80 ha inizio il campionato di A. L’esordio è subito ostico per gli irpini: trasferta a Brescia, contro una diretta concorrente per la salvezza. In avvio di gara, De Ponti portò in vantaggio gli ospiti. La squadra mostrò subito sicurezza e personalità. Al pareggio del bresciano Sella, fece seguito il gol partita del coriaceo Valente: Brescia-Avellino 1-2, quota zero era già meno distante. Le due giornate seguenti, tuttavia, segnarono per gli irpini un brusco ritorno alla realtà di pericolante. L’esordio al “Partenio”, contro la Fiorentina, fu negativo: i viola prevalsero 3-2, grazie ad una doppietta di Desolati. Sette giorni dopo, al Comunale di Torino, i granata Graziani e Pecci inflissero un altro ko a Di Somma e compagni. La partita casalinga contro il Cagliari venne già definita da “ultima spiaggia”. Fu la partita dei nuovi arrivati. Dopo un quarto d’ora, Vignola segnò su rigore, in avvio di ripresa, Juary riportò in vantaggio gli irpini, andando poi a festeggiare con il celebre giro della bandierina a braccio alzato. Tre piroette che diventarono quasi un rito scaramantico. Il centravanti brasiliano si era finalmente sbloccato. La sua velocità di palleggio, unita alla capacità di calciare indifferentemente con i due piedi, misero spesso in ambasce i difensori avversari. L’ultimo punto di penalizzazione l’Avellino lo scontò pareggiando a Perugia: il campionato degli irpini, cominciava praticamente alla sesta giornata. Lo stadio “Partenio”, un’autentica bolgia che sospingeva i lupi verdi di Vinicio, divenne inespugnabile, una Fortezza Bastiani a prova di tartari. Il Como si illuse di poterne uscire indenne: Piga e Criscimanni ribaltarono lo svantaggio iniziale dando i primi due punti alla squadra. Perso di misura il derby contro il Napoli, l’Avellino ribadì la “legge del Partenio” contro l’Ascoli. Quella domenica – era il 23 novembre 1980 – venne funestata in serata dal terremoto che devastò parte della Campania, l’Irpinia soprattutto. “Ero davanti alla televisione per la sintesi di Juventus-Inter quando avvertì la scossa”, disse Stefano Tacconi. “Attimi di vero panico, - affermò Di Somma – io e mia moglie volevamo buttarci dal terrazzo per un tentativo di fuga dall’immobile dove abitavamo. Rimanemmo come impietriti e fu un bene. C'erano delle situazioni drammatiche: morti a terra, gente che tirava i propri parenti dalle macerie”. Lo stadio “Partenio” diventò un campo di accoglienza per i senzatetto. La squadra irpina, per le partite interne, fu costretta a spostarsi al San Paolo di Napoli. L’Avellino non poté non risentire della tragedia. Le due partite seguenti, contro Pistoiese e Udinese, registrarono altrettante battute d’arresto della squadra di Vinicio. Gli irpini, ultimi in classifica, prima della sosta natalizia ottennero un prezioso successo contro il Catanzaro, con Juary ancora match-winner. Si tornò al San Paolo anche dopo Natale, questa volta per affrontare la Juventus vicecapolista. Un gol di Piga nel finale diede ai lupi verdi un punto d’oro. La squadra, pur penultima, restava molto vicina alle altre pericolanti, quindi in piena lotta salvezza. Uscito indenne da San Siro (0-0 contro l’Inter), il 25 gennaio ’81 l’Avellino festeggiò il ritorno al “Partenio” battendo 2-0 il Bologna, grazie alle reti di Massa e Criscimanni. L’ultima di andata riservò la trasferta sul campo della Roma prima in classifica. Al vantaggio di Di Bartolomei replicò Massa, giocatore esperto e dal discreto fiuto del gol. Il pareggio all’Olimpico era oro colato. Il peggio sembrava ormai alle spalle anche se la scalata della montagna, in cima alla quale si trovava la bandierina della permanenza in serie A, era ancora pregna di pericoli. Un gol del difensore Cattaneo aprì il ritorno con una vittoria pesante contro il Brescia, ottenuta a spese di una diretta concorrente nella corsa salvezza. Per la prima volta, la squadra di Vinicio usciva dalla zona retrocessione, lasciandosi tre squadre alle spalle. Il cammino dei biancoverdi fu speculare:vittorie in casa, sconfitte in trasferta. Tra i successi, il più prezioso fu quello contro il Perugia, con rete di Vignola quasi allo scadere. L’Avellino aveva trovato il suo centro di gravità permanente, merito soprattutto di Vinicio che era riuscito a plasmare la squadra secondo un preciso credo tattico. Il pareggio ad Ascoli e la netta vittoria interna contro la Pistoiese, collocarono gli irpini in decima posizione. Cosa impensabile appena cinque mesi prima. Giunto all’ultimo sforzo, la salita finale per il ciclista avviato a tagliare gloriosamente il traguardo, l’Avellino preferì non rischiare contro l’Udinese (0-0 casalingo), pareggiando anche a Catanzaro dove fu il difensore Ipsaro Passione a togliere dagli impicci la squadra campana. Il calendario, però, riservava agli uomini di Vinicio un finale da scalata della “Cima Coppi”: Juventus e Bologna in trasferta, Inter e Roma in casa. La salvezza era ancora tutta da conquistare.

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