La Grande Inter di Moratti ed Herrera

A metà degli anni sessanta ci fu una squadra che dominò incontrastata in Italia, Europa e nel mondo: l'Inter di Herrera e Moratti, la Grande Inter...Mazzola ascolta come in trance, mentre cerca inutilmente di scuotersi. Ma come si parla a un mito? Eppure quando Puskas lo aveva avvicinato negli spogliatoi non si era sentito così impacciato. «Conoscevo tuo padre, ho giocato contro di lui», gli aveva ricordato, affabile, l'antico capitano della mitica Honved, l'ufficiale dell'armata ungherese in fuga attraverso l'Europa dopo la rivolta del '56. E lui, Sandrino, si era trovato a rispondere con un pizzico di ribalda ironia: «Mio padre l'aveva battuta, Colonnello». Puskas era scoppiato a ridere. La presenza di Di Stefano, invece, lo paralizza. Brillano le luci della grande Ruota nella sera morbida del cielo del Prater. Nella penombra luminosa dello stadio gli uomini in maglia bianca spiccano nitidi mentre si avviano al centro del campo. E intanto scrutano, con fastidio, le facce anonime degli avversari che l'illusione ottica fa sembrare anche meno numerosi nelle loro maglie scure. Tutti illustri sconosciuti, per lo più, tranne uno. Quello lo conoscono bene: è, come loro, un "Grande di Spagna". Quasi come loro. I calciatori in maglia bianca sopportano pochi paragoni al mondo. Loro sono, presi in blocco, una leggenda vivente. Anche dall'altra parte, in verità, c'è una leggenda. Ma è solo un'eredità. Una pesante eredità. Il capitano dei bianchi ci pensa un momento, accigliato e scontroso, mentre cerca tra le facce scavate dai fari, poi si avvia, deciso, verso il gruppo avversario. Il ragazzo alto e magro dagli zigomi marcati e gli occhi grandi lo vede e, inconsciamente, rallenta il passo, staccandosi dai compagni. Poi si ferma del tutto, e lo guarda venire. L'uomo è di statura media, un viso abbastanza banale e la fronte stempiata. E un accenno di pancetta nel corpo rotondo. Ma porta come nessuno la camiseta bianca del Real Madrid. Per un attimo si arresta e lo fissa, intenso e severo, nella luce artificiale e fredda, poi chiude veloce lo spazio che ancora li separa e tende la mano: «Sono Alfredo Di Stefano. Conoscevo tuo padre. Sii degno di lui». Sandrino Mazzola prende meccanicamente la mano tesa mentre cerca di scuotersi, e richiama alla mente uno spagnolo scolastico per rispondere qualcosa di sensato. Ne esce soltanto un emozionato, banalissimo, «gracias». Alfredo Di Stefano è sempre stato il suo idolo.Le 19,30 sono passate da poco a Vienna. E' il 27 maggio 1964. Dagli altoparlanti dello stadio lo speaker annuncia il programma della serata. Fra qualche minuto, sull'erba del Prater, l'Internazionale di Milano, campione d'Italia, sfiderà i campioni di Spagna del Real Madrid per contendersi la Coppa nata in un bistrot parigino, quasi una decade fa, dalla fervida mente di Gabriel Hanot. Per gli italiani è la prima partecipazione al torneo più importante del continente europeo. Il Real Madrid, invece, è nato con esso, con la Coppa Europa è uscito dai ristretti confini spagnoli per esportare nel mondo il suo fùtbol-arte. E ora partecipa per la nona volta alla competizione: ha giocato sei finali e ne ha vinte cinque, e stasera cerca, sotto gli occhi di venticinquemila italiani che hanno trasportato San Siro sulle rive del Danubio, una vittoria particolare, la vittoria sul tempo. Seduti accanto agli italiani, cinquecento spagnoli attendono l'evento. Lo speaker intanto scandisce le formazioni delle due squadre.INTER: Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso.REAL MADRID: Vicente, Isidro, Pachin, Muller, Santamaria, Zoco, Amancio, Felo, Di Stefano, Puskas, Gento.Testo di Maria Teresa Lattanzi. Dalla panchjna dell'Inter due occhi freddi in un volto grinzoso, da zingaro, osservano, scontenti, la scena. Anni prima quella mano era stata negata a lui, platealmente. E Helenio Herrera, detto H.H. oppure "il Mago", non è tipo da dimenticare o perdonare le offese. Al massimo finge di ignorarle, se gli conviene, stipandole nella memoria. E, inoltre, ora lo preoccupa il comportamento di Mazzola. Nonostante un cervellino intelligente e razionale, quel ragazzo nutre una pericolosa visione romantica del calcio e dei suoi eroi, e lui non vorrebbe ritrovarselo imbambolato sul campo. La partita che sta per iniziare è troppo importante: Helenio Herrera questa sera ha molte vendette da compiere. E un sogno da realizzare: distruggere il Real Madrid. Portare a termine il lavoro iniziato sulla panchina del Barcellona, dimostrare al mondo, e agli spagnoli che non lo avevano capito, che lui non è un ciarlatano ma un uomo che ha il coraggio delle sue idee, che è arrivato al successo soffrendo e penando. Il successo va a chi se lo merita. E Helenio Herrera lo merita. Con lui il Barcellona aveva vinto un campionato e poi un altro. Una Coppa di Spagna e poi un'altra. Ma a loro non bastava, perché il Real Madrid intanto era il padrone d'Europa. E allora Herrera aveva promesso la Coppa dei Campioni. Ma il suo Barca aveva perso a Madrid, nella semifinale che la sorte gli aveva offerto, e poi anche al Camp Nou. La stampa lo aveva flagellato, e i tifosi lo avevano inseguito, furenti, lungo le ramblas. Così se ne era andato, ma non aveva dimenticato. Il Real è la vostra ossessione, signori, e anche la mia. E troverò il sistema per batterlo, e nutrirmi della sua gloria. Perché la gloria es dinero.Era emigrato in Italia, alla corte di Moratti, munifico signore rinascimentale del calcio milanese, che da anni aspettava, inutilmente, uno scudetto. Glielo aveva regalato lui, H.H., infine, al terzo tentativo, attraverso un mare di polemiche e una girandola di acquisti provati e scartati. E l'avversione di stanche primedonne che non ne volevano sapere del suo modo maniacale di intendere il calcio, dei suoi allenamenti snervanti, della sua concentrazione feroce. Tutte uguali le primedonne, erano così anche i suoi ungheresi del Barca, contavano solo sul proprio talento. Ma il calcio moderno è ritmo, signori, ritmo più fantasia. E a volte sono più utili gli onesti faticatori di certi campioni sfaticati. All'Inter, sostenuto da Moratti, alla fine l'aveva spuntata, si era liberato di Angelillo e degli "angeli dalla faccia sporca", e ora era qui, nella notte di Vienna, con una squadra che era un mix perfetto di talento e aggressività amalgamati con ferrea disciplina. Era qui per sconfiggere il Real Madrid nella "sua" Coppa dei Campioni. Sono così digiuni di calcio internazionale! Ma in campo ci sono Suarez e Picchi, si rassicura Herrera. Picchi, il livornese furente, che lui ha scoperto e valorizzato, non lascerà la trincea, e non permetterà agli altri di farlo. E Luisito Suarez, il Grande di Spagna, che Helenio si è portato dal Barcellona, pagherebbe di tasca sua per battere il Real Madrid. Quei due sono gli allenatori in campo. Ma non sono loro la chiave della serata. Vagando per il campo gli occhi di Herrera si fanno dolci per Tagnin. Mentre risuona il fischio d'inizio lui è già appiccicato a Di Stefano, pronto a seguirlo in ogni parte del campo: il più umile dei faticatori interisti sulla strada di Alfredo il Grande. In tanti hanno gridato alla follia, ma Herrera ha fiducia nell'onesto mestiere di Tagnin. Lo aveva ripescato nel purgatorio delle serie minori che scivolava oscuramente verso fine carriera dopo una squalifica di tre anni, lo aveva ricostruito nel fisico e nel morale, e poi proiettato nell'Olimpo del calcio internazionale. Non lo aveva mai tradito, e anche stasera avrebbe fatto la sua parte, in tutta umiltà. Anche Burgnich lo aveva ripescato dalla B, scartato dalla Juventus, e ora era la roccia del suo sistema difensivo. Questa sera si sarebbe preso cura di Gento, la veloce e velenosa ala sinistra del Real che, come Di Stefano, aveva alzato al cielo cinque Coppe dei Campioni, tutte quelle che il Real Madrid aveva vinto nella sua storia. Anche su Burgnich si poteva contare. Sistemandosi comodo in panchina Herrera guarda, senza preoccupazioni, la prima ondata madridista infrangersi contro la sua difesa. Gli va bene così, lui preferisce difendersi.Riuscire a passare nel primo tempo: l'ossessione spagnola è questa. Al Real Madrid il gioco dell'Inter suscita più timore che ammirazione. E l'undici madrileno, Di Stefano in testa, si prefigge di consacrare in ambito europeo la superiorità del proprio principio, un principio che si fonda sulla formula offensiva, sulla creazione del gioco di manovra a ondate successive, e le incursioni avvolgenti delle due ali. Ma questa è tattica, e la tattica si attua sul campo, e si è sempre in due a darle corpo. Di Stefano sa che non sarà un gioco facile. Sulle piste del grande Alfredo, che punta dritto al cuore della difesa interista, Tagnin si sente sorprendentemente calmo. Almeno sul campo non ha più addosso la pressione dei giornalisti. Da giorni son tutti lì a chiedergli se ha mai giocato contro Di Stefano. Siamo matti? Quello è sempre appartenuto, calcisticamente parlando, a un altro pianeta. Lo ha visto, questo sì, tante volte in televisione. Cosa prova? Paura no, emozione neanche. Curiosità, e molta. E la certezza che sarà un maledetto affare tenerlo d'occhio. Per ora, però, li stiamo controllando bene. Dopo la prima ondata il Real si raccoglie, si fa più guardingo. La cosa preoccupa Herrera che cerca di indovinare il disegno tattico del suo collega spagnolo. Sembra che Munoz non abbia altri progetti, al momento, che le marcature a centrocampo. Ma ammesso che, conoscendolo bene, sappia come marcare Suarez, gli spagnoli non hanno la minima idea di cosa sia Mandrake nelle sue giornate di vena. Già al 5' Corso è lì, che interrompe il forcing madrileno con una stupenda punizione da oltre venticinque metri. Herrera ha un sogghigno dolceamaro. Questa sera se lo sorbiranno loro il maledetto mancino pieno di talento e di pigrizia che si fa beffe di lui e gli sbilancia la squadra. Ma è il cocco del presidente, e lui, Herrera, deve tenerselo per forza, e fare miracoli di ingegneria calcistica per raddrizzare un modulo zoppo. Un modulo che raggiunge la perfezione solo perché davanti a una difesa impenetrabile, magistralmente orchestrata da Armando Picchi, opera un Suarez immenso capace di sacrificarsi in copertura e costruire gioco con la potenza di un motore diesel e la classe della sua regia che illumina di lanci lunghissimi e precisi il contropiede della gazzella nera Jair, del dribbling ubriacante di Mazzola e della fatica puntuale di Milani. E del terzino fluidificante Facchetti. Ma in questa notte di maggio, mentre Suarez se ne sta prudentemente raccolto a coprire la difesa, e Mazzola latita, svanito per il campo, il fragile Corso giganteggia nel deserto del centrocampo, e gioca soffici palloni vellutati per parabole impossibili. Ora è ancora in azione, in combinazione con Facchetti e Guarneri che hanno abbandonato la trincea per cercare gloria in avanti. Herrera non ama quello che vede. Le sortite offensive dei due talentuosi della sua difesa rischiano di creare buchi pericolosi. Facchetti deve marcare Amancio, l'ala giovane e velocissima del Madrid, e dovrebbe essere abbastanza per una sera. Guarneri, poi, controlla Puskas, che avrà pure i suoi anni ma anche un tiro micidiale e un intatto fiuto del gol. Alfredo Di Stefano. La stella del Real fu preso sorprendentemente in consegna dall'umile Tagnin: la mossa di H.H. risultò vincente Brividi di apprensione gelano il Prater nerazzurro alla mezz'ora, quando Amancio semina il terrore nella retroguardia interista. Due minuti dopo è Picchi a intervenire, a portiere battuto, con uno straordinario salvataggio. Ma a poco a poco si spegne l'impeto del Real Madrid. E intanto si è svegliato Mazzola, mentre continua a brillare Corso. E' dal suo piede, "il piede sinistro di Dio", che al 43' parte il lancio che Guarneri vola a raccogliere mentre sulla sinistra scatta Facchetti che riceve e poi passa indietro a Mazzola. Sandrino aggancia al volo e lascia partire un magnifico pallone che si insacca alla destra di Vicente. Per il Real Madrid è come una pugnalata. Le sue stelle di prima grandezza stanno spegnendosi, fisicamente non ce la fanno quasi più. Ma si battono con orgoglio e dignità. L'inizio della ripresa è un festival di gioco merengue: al palo colto da Gento si aggiunge quello colto da Puskas, è un palo come se ne vedono pochi in un campo di calcio, il portiere era battutissimo e il Real avrebbe potuto pareggiare. Invece arriva, al 17', il gol di Milani. Quando una squadra conduce per due a zero va sul velluto, osannano i tifosi. Ma quando, sette minuti dopo, Felo segna il gol del 2-1 il Real si scatena. E allora l'Inter comincia a tremare. La squadra bianca scende in massa verso l'area interista e la ragnatela di passaggi che partono dai terzini sembra ogni volta che si concluda a rete. Sugli spalti esplodono l'ammirazione degli austriaci e le speranze degli spagnoli. E' dal 1960 che l'aficiòn madridista continua a vivere un sogno: tornare al Real Madrid dei cinque titoli europei, porre fine ai regni effimeri delle squadre di un giorno che ne hanno usurpato il titolo negli ultimi tre anni. Ma la nostalgia è a volte tanto cieca come l'amore, pensa Helenio Herrera. A guardare bene si vede che Puskas non riuscirà a piazzare il suo tiro, che Gento non è più Gento, che Di Stefano non ha spazio, e che gli altri, malgrado i dribbling di Amancio e i raffinati palleggi di Muller, sono troppo pochi per avere ragione di Burgnich, Facchetti, Guarneri e Picchi. La difesa dell'Inter si muove all'unisono, elastica e compatta, come Herrera ha insegnato, e in certi momenti par di sentire un'orchestra, tanto perfetto ne è il ritmo. Si erano sommati a Gento e Di Stefano: l'uruguayano Santamaria, Kopa e il profugo Puskas, per esempio, e il Real Madrid era diventato il miglior ambasciatore di Spagna. Il regime franchista era al bando da un'Europa uscita dalla guerra nazifascista, ma ovunque vada il Real le folle si scatenano quando gioca il grande Di Stefano. Ma gli assi madrileni sono soprattutto gli ambasciatori di un calcio inteso come arte. Un calcio che finisce a Vienna. Al fischio finale dell'arbitro, Moratti corre sul campo in mezzo ai suoi ragazzi: e i giocatori se lo issano sulle spalle, il presidente, mentre i tifosi impazziscono sugli spalti, e Picchi alza in alto, sempre più in alto, l'enorme Coppa d'argento. Dall'altra parte del prato i giocatori del Real Madrid, tutti intorno ad Alfredo Di Stefano, escono a testa bassa dal campo. Per un momento Puskas si volta a guardare, triste, i nuovi padroni d'Europa, poi segue i suoi compagni. Dal Prater di Vienna l'Inter vola verso l'Avellaneda di Buenos Aires dove a settembre si gioca la partita di andata della Coppa Intercontinentale. Nessuna squadra italiana ha mai vinto quel trofeo. L'anno precedente il Milan era stato battuto dal Santos e gli argentini dell'Independiente non sono meno pericolosi dei brasiliani. E certamente più rognosi. Lo stadio è una bolgia dantesca, e i giovani campioni d'Europa all'andata limitano i danni, perdendo 1-0. Al ritorno a San Siro superano per 2-0 i campioni sudamericani. Ma non basta. Il regolamento non prevede ancora il calcolo della differenza reti, e si deve ricorrere allo spareggio. La "bella" si gioca a Madrid, sul campo del Real, e Corso regala ancora, ai fini palati spagnoli, saggi d'alta scuola, e agli italiani il gol che vale il titolo mondiale. Solo il Bologna contrasta il cammino dell'Inter e ne interrompe il volo all'Olimpico di Roma nello spareggio-scudetto 1964. Herrera urla al furto e, non pago dei titoli euromondiali, parte alla conquista del titolo italiano per il 1965. Le cose vanno male all'inizio. Alla fine del girone d'andata l'Inter è distanziata di ben cinque punti dal Milan che presenta in panchina la sua mitica bandiera: Nils Liedholm. Alla diciannovesima giornata il distacco è addirittura di sette punti. Sembra la fine del discorso-scudetto, invece è l'inizio della fine del sogno milanista. Il mago ordina e programma il miracolo, e dà appuntamento agli increduli alla fine di maggio. E alla fine di maggio l'Inter si presenta con tre punti di vantaggio sul Milan. L'impresa è compiuta. Anche in Coppa dei Campioni c'è bisogno di un piccolo miracolo. Era cominciato tutto molto bene con la formazione appena ritoccata dove Bedin aveva sostituito il vecchio Tagnin, e al centro dell'attacco lo spagnolo Peirò aveva preso il posto dell'umile e tenace Milani, per le partite di coppa; in campionato invece, dove era possibile schierare solo due stranieri, è Angelo Domenghini, da Bergamo, il nuovo compagno di Mazzola. L'Inter regola agevolmente la Dinamo Bucarest e i Rangers di Glasgow, poi s'inceppa a Liverpool. Sono le semifinali, e l'Inter perde 3-1. Sembra finita. Lo pensa anche l'allenatore degli inglesi che ha l'impudenza di avvicinare Herrera per chiedere notizie del Benfica, la squadra già qualificatasi per la finale, «dato che dobbiamo incontrarlo sicuramente, visto come è andata con voi».Il Mago negli spogliatoi come una furia: «E mi fate subire un affronto del genere! A questi, quando vengono a San Siro, dovrete rifilare almeno tre gol». Quindici giorni dopo, a Milano, è un incredibile 3-0 che proietta i nerazzurri nella seconda finale consecutiva. E' anche la seconda Coppa dei Campioni consecutiva. La conquistano, sempre a Milano, battendo il Benfica con un gol di Jair, in una partita segnata dall'espulsione del portiere lusitano. «Ora ci basterà tirare in porta per segnare», pensarono i giocatori. Non fu così. Si rimase sull'uno a zero. L'Inter che ritorna all'Avellaneda per la seconda volta in cerca del titolo mondiale è ben più perentoria di quella precedente. Gli argentini li ha già regolati a Milano, con un comodo 3-0, e non si lascia impressionare dall'assalto violento del pubblico. Picchi ricaccia i tifosi ai limiti del campo, e Sarti para tutto, anche le biglie che piovono dagli spalti. Alla fine è 0-0 e il secondo titolo mondiale.IL 1966, l'anno della Corea, vede l'Inter trionfare facilmente in campionato, ma in campo europeo c'è un imprevisto stop nei quarti di finale. E' ancora il Real Madrid sulla strada dei neroazzurri, un Real largamente rinnovato: della formazione che dieci anni prima, a Reims, aveva spaventato i francesi e posto le basi della propria leggenda era rimasto solo il vecchio Gento. L'eliminazione è colpa soprattutto dell'errata impostazione tattica di Herrera che a Madrid, in un eccesso di prudenza, presenta Bedin all'ala sinistra. Dal Bernabeu l'Inter esce sconfitta 1-0 e nel ritorno a San Siro non va oltre lo 0-0. Il Real Madrid ha la strada spianata verso la finale di Bruxelles: la partita contro il Partizan è tra le più squallide, ma alla fine Gento alza per la sesta volta al cielo la Coppa dei Campioni, l'unico uomo al mondo ad aver fatto tanto. Comincia la stagione 1967: la più esaltante e la più triste. In campionato l'Inter sembra non avere avversari, e in Coppa dei Campioni l'avvio è una cavalcata travolgente. Si comincia contro la Torpedo di Mosca, una squadra fortissima che perde a Milano solo per 1-0; e al ritorno, nel gelo della Russia, l'Inter realizza, secondo molti, «la più perfetta partita difensiva di tutti i tempi», Picchi e Guarneri dominano, gli altoparlanti dello stadio alla fine spiegano al pubblico che «è difficile trovare nella storia del calcio una difesa più forte di quella della squadra italiana».Il sorteggio non è benigno con i milanesi di Herrera, dopo la Torpedo assegna loro un'altra forte squadra. Il Vasas di Budapest non perde sul suo campo da ventidue mesi ma, quando l'Inter si presenta in terra magiara, dopo aver vinto a Milano per 2-1, l'imbattibilità finisce: è 2-0 per i nerazzurri e i due gol segnati da Mazzola al Nepstadion di Budapest, uno dei templi del calcio europeo, resteranno nella memoria come due tra le più belle reti di ogni tempo. La prima specialmente, con quel tempo lunghissimo dove i secondi diventano minuti e i minuti ore, e Mazzola vagabonda dal centro alla sua destra, fino all'altezza della bandierina e ritorno, dribblando uno dopo l'altro tutti gli avversari che gli vengono incontro, alla ricerca del momento migliore per un tiro che sembra non dover giungere mai. Quando infine il pallone gonfia la rete nel silenzio attonito dello stadio, alle orecchie di Sandro giunge soltanto la voce arrabbiata di capitan Picchi:«Se non segnavi ti ammazzavo». Aveva lasciato la trincea, il capitano, e venuto avanti passo dopo passo ordinando "tira, tira, tira", e alla fine si era ritrovato nel pieno dell'area avversaria, lui che non abbandonava mai la propria metà campo. Per il terzo turno il sorteggio affianca ancora una volta al nome dell'Inter quello del Real Madrid. Sono come tre finali, una di seguito all'altra, e sono l'ultimo trionfo dell'Inter in Europa. Dopo aver regolato gli spagnoli a Milano per 1-0, Helenio Herrera assapora la soddisfazione di espugnare il mitico stadio Bernabeu, battendo il Real per 2-0. Ma la fatica di una stagione massacrante, che vede la squadra impegnata su molteplici fronti (dopo il disastro coreano è stata trapiantata praticamente in blocco in nazionale), comincia a farsi sentire: il CSKA viene eliminato a fatica in tre partite.E poi si arriva a Lisbona. Il Celtic non è nessuno sui palcoscenici europei e, anche se l'ambiente è ostile, la partenza sembra favorevole ai nerazzurri che dopo sei minuti sono in vantaggio con un gol di Mazzola, su rigore. Ma la grande avventura cominciata a Vienna in una magica sera di maggio finisce lì, sulle rive dell'Atlantico. L'assenza di Suarez, così indispensabile nel modulo dell'Inter, l'azione incessante degli avversari, e un'improvvisa stanchezza che svuota le energie dei giocatori determinano il tracollo: alla fine è 2-1 per il Celtic. E' il 25 maggio 1967.Una settimana dopo, a Mantova, l'Inter è ancora sotto shock, piena di rabbia, ma anche di paura. Si gioca l'ultima partita di campionato e la squadra nerazzurra precede la Juve solo di un punto, mentre il Mantova naviga in una tranquilla posizione di centro classifica. L'Inter attacca subito, in massa, ma la porta di Zoff sembra stregata, Mazzola colpisce anche la traversa dopo aver superato il portiere con un pallonetto: è il segnale definitivo della fine, non ci sono appelli, il bel giocattolo chiamato Inter è andato in tilt. A quattro minuti dal termine arriva addirittura la beffa: segna il Mantova, con l'ex nerazzurro Beniamino Di Giacomo. Negli spogliatoi Mazzola piange, e sulle sue spalle piange anche Di Giacomo, che ha dovuto segnare il gol più ingrato della sua vita. La festa è finita.

1.Fc Union Berlin. Nuovo stadio e tanta storia

Nello stesso giorno l’ultima mano di vernice allo stadio, il taglio del nastro e l’amichevole di lusso. Per gli outsider orientali del calcioberlinese comincia una nuova storia. Parliamo della seconda squadra di Berlino, l’1. Fc Union Berlin, messa in ombra nell’ultimo ventennio dall’ascesa dei cugini occidentali dell’Hertha, tornati a disputare campionati di buon livello in Bundesliga grazie ai potenti investimenti di grandi gruppi industriali tedeschi. Ai supporter dell’Union, invece, bastano le mani e l’orgoglio. Il secondo è servito a tener duro negli anni bui, le prime hanno lavorato duramente per ristrutturare lo stadio di casa. Ha un nome romantico, An der Alten Försterei, letteralmente “alla vecchia foresteria”, un nido del football che sembra uscito dagli almanacchi storici del calcio inglese, con le tribune a ridosso del terreno di gioco e un tabellone azionato a mano, con i numeri dei gol stampati sul cartone che scorrono come su un vecchio calendario ingiallito. Un pezzo originale di Ostalgie rivisitato però vent’anni dopo la caduta del muro, tempi in cui anche all’est, se si vuole, è possibile realizzare i propri sogni. Il riscatto di questo mito calcistico della Germania orientale corre sul doppio binario di una società rimessa in sesto dopo i bilanci in rosso degli anni passati da un presidente che ha passato la sua giovinezza sui gradoni dell’Alte Försterei e di una tifoseria genuina che ha saputo rinverdire la fama ribelle e alternativa che l’accompagnava anche negli anni della Ddr. Così nell’anno calcistico 2008-2009, gli undici in campo hanno riportato la squadra in seconda Bundesliga, la nostra serie B, vincendo con tre giornate d’anticipo il campionato regionale zeppo di vecchie glorie della Ddr come Carl Zeiss Jena o Dinamo Dresda. E migliaia di tifosi al sabato riempivano lo Jahn-Sportparkstadion del quartiere di Prenzlauerberg, un tempo dimora dell’odiata Dinamo Berlino, la squadra della Stasi, e la domenica si presentavano puntualmente all’Alte Försterei con picconi, trapani e cazzole per rimettere in sesto il loro vecchio stadio. Una lista lunga duemila nomi, meglio soprannomi, comuni come Benni o Mulli o Kalle o Schnalle, nomignoli da classe operaia, appena usciti dalle case del quartiere Köpenick, estrema periferia orientale di Berlino, dove si trova lo stadio della foresteria e l’anima profonda di questa squadra-famiglia. Tifosi artigiani, carpentieri di professione o volontari del cemento che per 365 giorni hanno regalato il loro tempo libero per rimettere in ordine uno stadio glorioso che se ne veniva giù a pezzi. Avevano atteso i soldi del comune, sempre promessi e mai arrivati, e alla fine hanno deciso di seguire l’esempio del presidente: rimboccarsi le maniche e far da soli. E chi non aveva alle spalle una carriera di muratore ha contribuito alla causa preparando cibo e dolci, portarndo birra e wodka per sostenere gli eroi veri, quelli che in un anno hanno buttato giù le vecchie gradinate e innalzato uno stadio nuovo di zecca. Così quando l’Union squadra è salita in seconda serie, i giornali nazionali hanno voltato lo sguardo verso questo angolo di Berlino est e hanno scoperto che il miracolo era dietro i successi sul campo. Lì, sul rettangolo di gioco dello Jahn-Sportparkstadion temporaneamente usurpato ai nemici della Stasi, segnavano nomi sconosciuti al grande calcio e qualche chilometro più in là, all’Alte Försterei, altri nomi sconosciuti davano di gomito per costruire quello che la politica aveva promesso e mai dato. Così, quando alla fine è arrivato un piccolo contributo dal comune, i tifosi-muratori hanno continuato a far da sé, senza ricorrere ad alcuna ditta specializzata, se non per l’installazione della copertura, operazione troppo delicata anche per i professionisti. Sembra il lieto fine di un film di Ken Loch o di un libro di Nick Hornby, con la squadra operaia che va in paradiso e i tifosi-lavoratori che si godono le partite stretti in piedi sui nuovi gradoni dello stadio. Tra fuochi pirotecnici e vecchia passione, la notte di Köpenick regala emozioni indimenticabili. Per la partita di inaugurazione è stata invitata proprio l’altra squadra di Berlino, l’Hertha, per rispolverare un derby che mancava dal 1990. Gossy è uno dei capisquadra che ha guidato la pattuglia di volontari nei lavori. Strabuzza gli occhi mentre distribuisce pacche sulle spalle alle decine di tifosi che vengono a fargli gli auguri. Per tutti ha una parola di incitamento, come fosse ancora sul cantiere. «Dei giornalisti sono venuti a chiedermi se ogni volontario ha ricevuto un biglietto omaggio per questa festa. Gli ho risposto: ma ci avete visto in faccia? Noi siamo quelli che hanno costruito lo stadio, i biglietti ce li siamo comprati e pagati. A noi basta questo monumento qua». Il monumento è una stele di ferro su cui campeggia un grande elmo da operaio rosso fiammante come i colori dell’Union. Sulla stele sono stampigliati, a futura memoria, tutti i nomi dei tifosi operai che hanno prestato la loro opera all’impresa. «Si è trattato soprattutto dei tifosi della vecchia generazione», spiega con un po’ di rammarico Jens Martin, 42 anni, che scelse l’Union perché era la squadra ribelle che non piaceva al regime. «Le nuove leve del tifo sono di pasta diversa, subiscono il mito ultras, stanno un po’ cambiando la natura del nostro pubblico. Noi amiamo ancora tifare all’inglese, senza guide prestabilite. A uno gli viene in mente un coro, parte e gli altri seguono. Non ci sono tabelle prestabilite». Più un tifo "per" che un tifo "contro". Un esempio? «Una volta avevamo una certa simpatia con l’Hertha», ricorda Jens Martin «cantavamo Union e Herta unite perché loro erano quelli dell’ovest e la cosa faceva arrabbiare i capi della Ddr. Poi negli ultimi anni gli occidentali hanno avuto soldi e investimenti, sono cresciuti e hanno fatto proseliti anche qui da noi. E questo ha raffreddato i rapporti». Il tifo all’inglese è un po’ una fissa qui a Köpenick. Lo stadio è bello e spartano, rifatto per tre quarti. Resta solo da rinnovare la tribuna centrale. Il progetto finale prevede una facciata monumentale, in mattoni rossi, con il logo della squadra come frontale esterno e dentro una gradinata spiovente sul campo da gioco. Si attendono nuovi soldi per completare il lavoro: più british di così! Questa stella dell’est ha i suoi miti e le sue tradizioni, che non vuol svendere a nessuno, neppure ai nuovi sponsor che oggi accorrono con sonanti contributi e con la promessa di portare l’Union ancora più in alto. Loro sono gli Eisern, uomini di ferro, capaci di gridare dal primo all’ultimo minuto e poi ridere (o più spesso piangere) per i risultati della propria squadra. Anche oggi va così, alla fine vincerà l’Hertha, 5 a 3, ma la festa è tutta per il nuovo miracolo di Köpenick, lo stadio costruito dai tifosi. Tutto serve a rinforzare la fede: le sconfitte rendono più forti, e più ne arrivano, più gli Eisern diventano tosti. Ma anche le vittorie hanno un sapore speciale: il tabellone manuale è un cimelio stretto in una torretta di mattoni rossi tra la gradinata e la curva dei tifosi locali. Oggi che un nuovo tabellone elettronico annuncia anche all’Alte Försterei i tempi del calcio moderno, quel vecchio reperto del calcio che fu è fissato per sempre su un risultato storico: l’8 a 0 rifilato un paio di anni fa nell’Oberliga, una serie minore, ai nemici di sempre, quella Dinamo Berlino un tempo vezzeggiata dalla Stasi e nel cui stadio è stata festeggiata quest’anno la promozione in seconda serie. Quando i giocatori in biancorosso entrano sul terreno di gioco, i tifosi intonano sciarpe al vento l’inno della squadra. È una canzone rock tostissima, scritta e cantata da una fan d’eccezione, anche lei un pezzo di storia della Germania est: Nina Hagen. Fin da quando aveva quattro anni, saltellava il sabato pomeriggio tra le ginocchia del padre e le gradinate dell’Alte Försterei. Perché di ferro si diventa, dell’Union si nasce.

Ferruccio Mazzola: L'incomodo vuota il sacco

Un'indagine de L'Espresso portò alla ribalta Ferruccio Mazzola, fratello minore del talentuoso Sandro. Sembra che ai tempi dell'Inter di Herrera le pastiglie già trovassero posto negli spogliatoi delle squadre di calcio. Oppure no? Come al solito le confessioni private portano solo ad omertà pubbliche. Questa intervista è stata pubblicata sull'Espresso col titolo Pasticca Nerazzurra. Alla sua pubblicazione Giacinto Facchetti era ancora in vita Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.A che cosa si riferisce, Ferruccio Mazzola? «Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter». Cosa c'era in quelle pasticche? «Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...». Suo fratello? «Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...». A chi si riferisce? «Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni. «Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia [Il terzo incomodo], che ha portato al processo di Roma». Perché? «Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».Ma lei di Facchetti non era amico? «Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...». Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni? «Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».De Sisti smentisce di essersi dopato. «"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una siga retta ne dice un'altra...». E alla Lazio? «Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno». Altre squadre? «Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?». Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni... «Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio». Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».E oggi secondo lei il doping c'è ancora? «Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...». I ragazzini? «Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto»

Quando Omar Sivori fuggì da Napoli

Nella stagione 1968/69 Omar Sivori, dopo una lunga squalifica in seguito alla maxi-rissa di un Napoli Juventus, decide di prendere armi e bagagli e tornare in Argentina. della vittoria di misura, salvando tra l'altro Chiappella, dato per ormai silurato (il Napoli è quartultimo) a favore di Oronzo Pugliese, il "mago di Turi ". Sivori scende in campo anche a Vicenza, dove un Napoli alla deriva perde 0-2, ed è ormai reintegrato tra ì titolari. La settimana dopo è in programma lo scontro con la Juventus, allenata da Heriberto Herrera. Il tecnico paraguaiano del "movimiento" (una sorta di teorizzazione ante litteram del pressing e del gioco a tutto campo) aveva a suo tempo preteso la cacciata dal club bianconero del "boss" Omar, che vi aveva dettato legge per otto campionati, grazie alla predilezione degli Agnelli. Insomma, la partita scotta, anche per la posizione precaria del Napoli. Favalli, l'uomo dedicato alla marcatura dell'argentino, non fa complimenti, cercando scopertamente di innervosirlo. Sivori cade nella trappola e all'ennesimo colpo non si trattiene, reagendo con violenza. Favalli crolla a terra, come folgorato. L'arbitro Pieroni indica a Sivori la via degli spogliatoi mentre si scatena la rissa, al termine della quale vengono espulsi il napoletano Panzanato, l'allenatore Chiappella e lo juventino Salvadore. I precedenti purtroppo sono contro Omar, recordman di squalifiche, e il giudice sportivo ci va pesante, appiedandolo per sei turni (nove peraltro se li becca lo stopper Panzanato). Infuriato, il 5 dicembre l'argentino negli spogliatoi del San Paolo chiama i cronisti e improvvisa una arringa terrificante contro il "nemico" Heriberto: «Penso che il presidente Catella dovrebbe occuparsi di più di ciò che accade nella Juventus. Dieci giorni prima della partita con il Napoli, per esempio, Salvadore e Del Sol hanno fatto a pugni e a Torino nessuno ha parlato. Così come non hanno parlato di altri incidenti, quando Salvadore prese un ferro dal bagno degli spogliatoi per darlo in testa a Heriberto e fu trattenuto da Del Sol, o quando Combin prese a pugni Heriberto, il quale, almeno una volta la settimana, lo sfidava a battersi fuori dallo stadio; o quando Dell'Omodarme scagliò una sedia nella schiena di Heriberto o quando ancora Del Sol ruppe una bottiglia di acqua minerale per poi darla in testa allo stesso Heriberto. Inoltre Herrera rimproverava sempre Sacco in questi termini: «Sei buono solo ad ammazzare ì vecchi!», perché Sacco aveva avuto un tragico incidente d'auto. Questa è la Juventus, una squadra che scende in campo con i nervi tesi. Una squadra che non scende in campo tranquilla, perché Heriberto più che al calcio la prepara a fare a pugni!». Sivori, dopo gli anni d'oro della Juventus, vive a Napoli stagioni travagliate culminate poi con la fuga in Argentina. La vicenda del suo addio all'Italia è emblematica. Dopo due stagioni fantastiche, che ne avevano fatto il "re" del San Paolo, Sivori si infortunò a un ginocchio e giocò pochissimo nel torneo 1967-68, entrando in collisione con l'allenatore Bruno Pesaola, che a fine stagione, nonostante il brillante secondo posto alle spalle del Milan, fu ben lieto di accettare le proposte della Fiorentina, dove avrebbe vinto subito lo scudetto. Sivori restò a Napoli e la società ingaggiò l'allenatore Carlo Parola per curarne in esclusiva il recupero e mandò il giocatore a Grado a curarsi. Al ritorno, Sivori mise le carte in tavola, dichiarando polemicamente che avrebbe rifiutato ogni impiego come tredicesimo. Non accettava l'alternativa con Barison per la maglia numero 11 e voleva giocare titolare, perché si sentiva ancora il migliore di tutti. Il 27 ottobre, al San Paolo, un violento alterco tra Omar, Parola e il medico sociale Corvino e poi con l'amministratore delegato Roberto Fiore fa scoppiare il bubbone: l'allenatore sostiene che il giocatore ha nelle gambe solo sessanta minuti, il campione sostiene di voler giocare e di poter essere utile al Napoli. Viene convocato il consiglio di amministrazione. Alla fine si decide per un milione di multa. Molti ne hanno abbastanza delle sue bizze, anche nello spogliatoio del Napoli (altra differenza con Maradona, che invece fu sempre amato dai compagni). Il 13 novembre 1968 l'argentino torna in campo contro il Leeds, in Coppa delle Fiere (sconfitta 0-2). Poi esordisce in campionato il 17 novembre, in casa contro il Palermo: entusiasma il San Paolo e segna il gol Il clamore, ovviamente, è enorme. Dalla Juventus arrivano reazioni indignate. Il giorno dopo, venerdì 6 dicembre, mentre viene deferito assieme ai presidenti di Juve e Napoli, Catella e Fiore, Sivori annuncia, dopo un lungo colloquio con lo stesso Fiore, di aver deciso di abbandonare il calcio e di apprestarsi a tornare definitivamente in Argentina di lì a venti giorni, «per protestare contro le sei giornate di campionato ingiustamente inflittemi: una forzata pausa che compromette irrimediabilmente il mio campionato». Così Sivori lascia l'Italia. Approdato in Argentina, dichiara: «Se mi sentirò capace di sacrificarmi, di ritornare al mio miglior stato di forma per rendere al massimo, giocherò nel River Plate». Ha 33 anni, potrebbe dunque giocare ancora. In effetti, su richiesta del suo antico mentore Renato Cesarini, ormai morente, firma per il River. Ma la voglia di sacrificarsi e giocare non c'è più. Dopo qualche settimana decide di appendere definitivamente le scarpe al chiodo. Diventando un signore serioso e piuttosto intransigente nel giudicare il comportamento dei suoi ex colleghi calciatori