Ferruccio Mazzola: L'incomodo vuota il sacco

Un'indagine de L'Espresso portò alla ribalta Ferruccio Mazzola, fratello minore del talentuoso Sandro. Sembra che ai tempi dell'Inter di Herrera le pastiglie già trovassero posto negli spogliatoi delle squadre di calcio. Oppure no? Come al solito le confessioni private portano solo ad omertà pubbliche. Questa intervista è stata pubblicata sull'Espresso col titolo Pasticca Nerazzurra. Alla sua pubblicazione Giacinto Facchetti era ancora in vita Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.A che cosa si riferisce, Ferruccio Mazzola? «Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter». Cosa c'era in quelle pasticche? «Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...». Suo fratello? «Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...». A chi si riferisce? «Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni. «Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia [Il terzo incomodo], che ha portato al processo di Roma». Perché? «Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».Ma lei di Facchetti non era amico? «Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...». Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni? «Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».De Sisti smentisce di essersi dopato. «"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una siga retta ne dice un'altra...». E alla Lazio? «Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno». Altre squadre? «Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?». Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni... «Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio». Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».E oggi secondo lei il doping c'è ancora? «Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...». I ragazzini? «Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto»

Quando Omar Sivori fuggì da Napoli

Nella stagione 1968/69 Omar Sivori, dopo una lunga squalifica in seguito alla maxi-rissa di un Napoli Juventus, decide di prendere armi e bagagli e tornare in Argentina. della vittoria di misura, salvando tra l'altro Chiappella, dato per ormai silurato (il Napoli è quartultimo) a favore di Oronzo Pugliese, il "mago di Turi ". Sivori scende in campo anche a Vicenza, dove un Napoli alla deriva perde 0-2, ed è ormai reintegrato tra ì titolari. La settimana dopo è in programma lo scontro con la Juventus, allenata da Heriberto Herrera. Il tecnico paraguaiano del "movimiento" (una sorta di teorizzazione ante litteram del pressing e del gioco a tutto campo) aveva a suo tempo preteso la cacciata dal club bianconero del "boss" Omar, che vi aveva dettato legge per otto campionati, grazie alla predilezione degli Agnelli. Insomma, la partita scotta, anche per la posizione precaria del Napoli. Favalli, l'uomo dedicato alla marcatura dell'argentino, non fa complimenti, cercando scopertamente di innervosirlo. Sivori cade nella trappola e all'ennesimo colpo non si trattiene, reagendo con violenza. Favalli crolla a terra, come folgorato. L'arbitro Pieroni indica a Sivori la via degli spogliatoi mentre si scatena la rissa, al termine della quale vengono espulsi il napoletano Panzanato, l'allenatore Chiappella e lo juventino Salvadore. I precedenti purtroppo sono contro Omar, recordman di squalifiche, e il giudice sportivo ci va pesante, appiedandolo per sei turni (nove peraltro se li becca lo stopper Panzanato). Infuriato, il 5 dicembre l'argentino negli spogliatoi del San Paolo chiama i cronisti e improvvisa una arringa terrificante contro il "nemico" Heriberto: «Penso che il presidente Catella dovrebbe occuparsi di più di ciò che accade nella Juventus. Dieci giorni prima della partita con il Napoli, per esempio, Salvadore e Del Sol hanno fatto a pugni e a Torino nessuno ha parlato. Così come non hanno parlato di altri incidenti, quando Salvadore prese un ferro dal bagno degli spogliatoi per darlo in testa a Heriberto e fu trattenuto da Del Sol, o quando Combin prese a pugni Heriberto, il quale, almeno una volta la settimana, lo sfidava a battersi fuori dallo stadio; o quando Dell'Omodarme scagliò una sedia nella schiena di Heriberto o quando ancora Del Sol ruppe una bottiglia di acqua minerale per poi darla in testa allo stesso Heriberto. Inoltre Herrera rimproverava sempre Sacco in questi termini: «Sei buono solo ad ammazzare ì vecchi!», perché Sacco aveva avuto un tragico incidente d'auto. Questa è la Juventus, una squadra che scende in campo con i nervi tesi. Una squadra che non scende in campo tranquilla, perché Heriberto più che al calcio la prepara a fare a pugni!». Sivori, dopo gli anni d'oro della Juventus, vive a Napoli stagioni travagliate culminate poi con la fuga in Argentina. La vicenda del suo addio all'Italia è emblematica. Dopo due stagioni fantastiche, che ne avevano fatto il "re" del San Paolo, Sivori si infortunò a un ginocchio e giocò pochissimo nel torneo 1967-68, entrando in collisione con l'allenatore Bruno Pesaola, che a fine stagione, nonostante il brillante secondo posto alle spalle del Milan, fu ben lieto di accettare le proposte della Fiorentina, dove avrebbe vinto subito lo scudetto. Sivori restò a Napoli e la società ingaggiò l'allenatore Carlo Parola per curarne in esclusiva il recupero e mandò il giocatore a Grado a curarsi. Al ritorno, Sivori mise le carte in tavola, dichiarando polemicamente che avrebbe rifiutato ogni impiego come tredicesimo. Non accettava l'alternativa con Barison per la maglia numero 11 e voleva giocare titolare, perché si sentiva ancora il migliore di tutti. Il 27 ottobre, al San Paolo, un violento alterco tra Omar, Parola e il medico sociale Corvino e poi con l'amministratore delegato Roberto Fiore fa scoppiare il bubbone: l'allenatore sostiene che il giocatore ha nelle gambe solo sessanta minuti, il campione sostiene di voler giocare e di poter essere utile al Napoli. Viene convocato il consiglio di amministrazione. Alla fine si decide per un milione di multa. Molti ne hanno abbastanza delle sue bizze, anche nello spogliatoio del Napoli (altra differenza con Maradona, che invece fu sempre amato dai compagni). Il 13 novembre 1968 l'argentino torna in campo contro il Leeds, in Coppa delle Fiere (sconfitta 0-2). Poi esordisce in campionato il 17 novembre, in casa contro il Palermo: entusiasma il San Paolo e segna il gol Il clamore, ovviamente, è enorme. Dalla Juventus arrivano reazioni indignate. Il giorno dopo, venerdì 6 dicembre, mentre viene deferito assieme ai presidenti di Juve e Napoli, Catella e Fiore, Sivori annuncia, dopo un lungo colloquio con lo stesso Fiore, di aver deciso di abbandonare il calcio e di apprestarsi a tornare definitivamente in Argentina di lì a venti giorni, «per protestare contro le sei giornate di campionato ingiustamente inflittemi: una forzata pausa che compromette irrimediabilmente il mio campionato». Così Sivori lascia l'Italia. Approdato in Argentina, dichiara: «Se mi sentirò capace di sacrificarmi, di ritornare al mio miglior stato di forma per rendere al massimo, giocherò nel River Plate». Ha 33 anni, potrebbe dunque giocare ancora. In effetti, su richiesta del suo antico mentore Renato Cesarini, ormai morente, firma per il River. Ma la voglia di sacrificarsi e giocare non c'è più. Dopo qualche settimana decide di appendere definitivamente le scarpe al chiodo. Diventando un signore serioso e piuttosto intransigente nel giudicare il comportamento dei suoi ex colleghi calciatori

1950: ...e l'Inghilterra sottovalutò gli USA

Mondiali 1950: Per la prima volta l'Inghilterra partecipa, con tutti i favori del pronostico, alla Coppa del Mondo in Brasile. Sottovaluta però clamorosamente il match con i "cugini" americani. Gli Stati Uniti d’America ritornano ai Mondiali dopo esserne stati assenti sin dal 1934. E nonostante gli USA abbiano poi fallito nell’avanzare al secondo turno della competizione, il Mondiale giocatosi in Brasile nel 1950 sarà ricordato come "The shot heard around the world", con il quale gli USA battono l’Inghilterra in un’incredibile partita, rovinando l’esordio dei “maestri inglesi” nei Campionati del Mondo, disertati fino ad allora per quella che essi consideravano "manifesta superiorità". Chiaramente condizionati dalla tragedia mondiale conclusasi solo cinque anni prima, i Mondiali 1950 vengono disputati in Brasile. Vi partecipano però solo 13 nazioni, numero dispari e inadatto ai tornei ad eliminazione, dovuto però da una serie di esclusioni e rinunce. Tra le Nazionali che rinunciano vi sono soprattutto quelle dell’Est europeo, inclusa l’ascendente stella dell’Ungheria – che infatti vincerà la medaglia d’oro nel calcio alle Olimpiadi di due anni dopo, a Helsinky – e l’URSS, che si rifiuta di affrontare le nazioni occidentali. Austria e Cecoslovacchia, tra le migliori Nazionali nelle edizioni precedenti, erano uscite decimate dalla guerra e decidono di non partire, la Francia invece, rifiuta di sostituire la Turchia. Argentina, Perù ed Ecuador si ritirano per varie ragioni. La Germania non partecipa perché non ancora riammessa dalla FIFA, e all’India infine non viene concesso di scendere in campo, nonostante si fosse qualificata, perché i suoi giocatori pretendevano di giocare scalzi come durante il torneo di qualificazione...Gli USA erano riusciti a qualificarsi a malapena, nonostante le sconfitte nei due match col Messico, rimediando un pareggio (1-1) e una vittoria (5-2) contro Cuba. Molti dei giocatori scelti dal “selection committee” per la rosa finale avevano avuto un ruolo importante nelle qualificazioni, inclusi i vari Walter Bahr, Gino Pariani, Harry Keough, Frank Borghi, Benny McLaughlin, Frank Wallace, John Souza e Charlie Colombo. Ma Benny McLaughlin non poté andare in Brasile a causa di problemi di lavoro e della data di matrimonio già fissata! Un altro giocatore importante per la squadra, Jack Hynes, fu lasciato fuori a causa di alcuni commenti critici sul processo di selezione seguito dalla USSFA. Gli esordienti della rosa erano Ed McIlvenny, Ed Souza, Joe Maca, Joe Gaetjens, Robert Annis, Geoff Coombes, Adam Wolanin, e il portiere di riserva, Gino Gardassanich di Chicago. Tutti, eccetto tre, i giocatori erano nati negli USA, nonostante alcune questioni sorsero in relazione ai requisiti di partecipazione proprio di quei tre, che furono comunque ammessi dalla FIFA. Walter Giesler, presidente della USSFA seguì la squadra in Brasile in qualità di team manager, mentre Bill Jeffrey venne nominato allenatore. La squadra, trasferitasi in Brasile con un notevole anticipo, fu in grado di allenarsi con una certa regolarità, e i giocatori, molti dei quali avevano un altro lavoro, si impegnarono a fondo. Addirittura misero insieme una bellissima prestazione andando a perdere solo 1-0 contro l'All-England team, anche se poi vennero sconfitti 5-0 dal Besiktas. Le 13 Nazionali vennero divise in quattro gruppi, con gli USA nel 2° insieme a Spagna, Inghilterra e Cile, con solo la prima a qualificarsi. Il match d’esordio, il 25 giugno a Coritiba, vede gli USA affrontare la Spagna. Dopo 15 minuti di pressione da parte delle “furie rosse”, gli USA passano inaspettatamente in vantaggio con Gino Pariani, che dopo aver raccolto un cross dalla destra all’altezza del disco del rigore, trovandosi pressato, piazza un gran tiro che s’insacca alla sinistra del portiere. Decisi a resistere, gli americani riescono a contenere la Spagna fino a dieci minuti dalla fine, quando Charlie Colombo perde palla in difesa consentendo agli avversari di pareggiare. Subito il gol la difesa USA “collassa”, consentendo agli spagnoli altri due gol negli ultimi cinque minuti, per uno score finale di 3-1. Nonostante la sconfitta, la buona prova contro un avversario nettamente più forte, apportò molta fiducia tra le fila degli americani. E si arriva cosi alla partita con la P maiuscola: Belo Horizonte, 29 giugno, gli USA affrontano l’Inghilterra. Gli inglesi se l’erano presa comoda nei giorni precedenti. Non abituati ai pessimi campi di allenamento brasiliani, di solito si cambiavano nelle loro camere d’albergo, e decisero inoltre di lasciare in tribuna molti giocatori chiave per farli riposare in vista delle partite successive. Gli USA avevano invece approcciato la gara allenandosi con grande professionalità e scesero in campo con grande convinzione, preceduti dallo scherno della stampa brasiliana. Poco dopo l’inizio della partita, quando un tiro degli inglesi finisce di poco sopra la traversa, si videro i giocatori inglesi ridere in campo già immaginandosi la quantità di gol che segneranno. Ma facevano i conti senza l’oste. La linea difensiva messa in piedi dagli americani infatti regge l’impatto dei numerosi assalti dei bianchi d’Inghilterra, e piano piano anche i 10.500 sugli spalti si rendono conto che quella è una partita vera. Il grande momento arriva al 37’: azione di Ed McIlvenny che lancia Walter Bahr, tiro forte di quest’ultimo alla sinistra del portiere Bert Williams. Che salta per andare a parare, ma viene anticipato da Joe Gaetjens, i cui tratti somatici tradivano l’origine haitiana, che di testa indirizza la palla nell’angolo opposto. Incredibile. L’Inghilterra, nonostante il tempo ancora disponibile per pareggiare, non ce la fa. Prima è Charlie Colombo a salvare in extremis un attacco, poi è Frank Borghi a compiere il miracolo parando al 59' sulla linea un colpo di testa di Jimmy Miullen. Gli inglesi provano a spostare i giocatori in ruoli differenti, con continui assalti alla porta dell’oriundo lombardo Borghi, ma non funziona, e la frustrazione inizia a pervadere i britannici. E quando l’americano John Souza dribbla ben sei giocatori inglesi in mezzo al campo, il ridicolo scende su di loro. Gli USA si avvicinano anche al raddoppio con Frank Wallace che, su passaggio di Pariani, viene però anticipato dal portiere. Poco dopo l’arbitro fischia la fine. La squadra più forte del mondo esce dal campo battuta da una Nazionale di semiprofessionisti che molti non credevano neanche in grado di mettere insieme undici giocatori. La notizia sorvola immediatamente l’Atlantico, ma nessuno, da Londra in su, crede ad una sconfitta contro i dilettanti americani. Un giornale scrive di un terribile errore di trasmissione e dà conferma della vittoria per 10-1. La sconfitta deprime a tal punto gli inglesi che usciranno sconfitti anche dal match con la Spagna, uscendo con infamia dai loro primi mondiali. Sfortunatamente il sogno americano giunge al termine il 2 luglio, a Recife, nell’ultima partita del girone contro il Cile. Un pessimo inizio porta infatti gli USA a finire subito sotto per 2-0. Nel secondo tempo però, in cinque minuti i gol di Frank Wallace prima e di Souza poi riescono a pareggiare il conto. Ma i 40 gradi dello stadio di Recife iniziarono però a pesare sulle gambe degli americani, e quattro minuti dopo il bravo attaccante cileno Jorge Robledo, che già si era messo in luce contro gli inglesi, mette a segno il 3-2 vincente. Lo stesso Robledo, poco sportivamente, sfidò il difensore americano Colombo a togliergli il pallone dai piedi. Il cileno però lo dribblava in tutti i modi possibili, e alla fine Colombo, sconvolto e depresso, uscì addirittura dal campo. Il Cile quindi dilagò 5-2 , con doppietta di Atilio Cremaschi inframezzata dal gol di Prieto. Il girone fu comunque vinto dalla Spagna. Nonostante la Nazionale USA non sia riuscita a passare al girone successivo, la partecipazione al Mondiale 1950, e specificatamente la partita con l’Inghilterra, rimane l’avvenimento più importante nella storia del soccer USA, come, all’opposto, per la Nazionale inglese. Sfortunatamente, la federazione americana fu lenta a capitalizzare il ritorno di immagine derivante da quella vittoria, e una tournée in Gran Bretagna venne decisa solo nel 1952, con partite contro Irlanda e Scozia. Ma a quel punto tutto l’entusiasmo che circondava la nazionale USA, non c’era già più.

Giussy Farina e l'anonimo vicentino

Maggio 1978: sul tavolo del mercato calcistico si gioca la roulette delle buste per la comproprietà del fenomeno emergente Paolo Rossi. Farina crede di avere le carte giuste da giocare…''Due miliardi e sei. Sulla busta devi scrivere: due miliardi e sei''. Dicono che l’Anonimo fece la soffiata la notte prima, telefonò dopo cena, chiese di Farina, gli bastarono due minuti per convincerlo. «Giussy, fidati, la Juve mette due miliardi e mezzo. Tu metti due e sei e Paolo è tuo». Giussy Farina non dormì, ci pensò, si fidò. E la mattina dopo sulla busta in ceralacca della Lega con mano ferma scrisse: 2 miliardi, 612 milioni e 510 mila lire, e scrisse 612milioni e 510mila come se i dettagli sviassero l’attenzione, come se fosse un modo per autoassolversi. Solo dopo - quando aprirono la busta della Juve - Farina ebbe un sospetto, forse pensò «mi hanno fregato», forse no, forse invece fu solo contento di avercela fatta, quando tutti lo davano per sconfitto e lo scherzavano, lui, il «presidente contadino», che aveva osato sfidare la Juventus. Aprirono la busta della Juve, e ci fu una sola verità: 875 milioni, aveva scritto Boniperti. La Juve aveva giocato a perdere, il Vicenza era stato condannato a vincere. Era l’estate del 1978 quando il destino del più forte calciatore dell’epoca, il 22enne Paolo Rossi da Prato, venne deciso in busta chiusa. La busta conteneva un segreto e una bugia. L’Anonimo era il custode di entrambi...«Mi vergogno, ma non potevo farne a meno: per vent’anni il Vicenza ha vissuto degli avanzi. E poi lo sport è come l’arte, e Paolo è la Gioconda del nostro calcio...» Di lui dissero: è un amico di Farina. Di lui sparlarono: è un uomo-Juve mandato a «sabotare» Farina.  Ma l’Anonimo sparì, e la leggenda continuò. L’Italia insorse. Il presidente della Lega Franco Carraro si dimise. Scandaloso, immorale. Parlavano di Farina. E della sua clamorosa offerta. Mai un calciatore fino ad allora era stato pagato tanto. Tre anni prima - estate del 1975 - il Napoli aveva acquistato Beppe Savoldi per due miliardi. Sembrava una soglia invalicabile, era l’inizio di una corsa senza più traguardi. Il Vicenza aveva pagato la metà di Paolo Rossi 2.612.510 lire. Traduzione simultanea: Paolo Rossi valeva 5.225.020 lire. L’Avvocato Gianni Agnelli elogiò Boniperti: «Mi ero raccomandato di procedere a una valutazione tecnica e non di mercato», la verità stava un po’ più in là: seconda metà degli anni ’70, è tempo di cassa integrazione, la Juve non può - moralmente - offrire la luna mentre la Fiat licenzia gli operai. La Gioconda aveva un sorriso dolce ed enigmatico, era gracile, aveva tre menischi rotti, faceva gol essenziali, 24 al primo anno di A, gol di rapina, facili solo per chi di calcio non ne capisce, non tirava, pungeva, era l'uomo giusto al posto giusto, piaceva a tutti, solo un paio di settimane e al Mondiale '78 sarebbe diventato «Pablito», perché la sua non fu mai solo una vita, ma un romanzo che lo vedrà nascere, morire e risorgere una volta di più. Era cresciuto nelle giovanili della Juve, ma quelli non avevano creduto in lui. L’avevano parcheggiato in provincia, in comproprietà. Prima al Como, poi - nel 1976 - in B al Lanerossi Vicenza di Giussy Farina, che aveva pagato 95 milioni per la metà. Quella squadra, la prima con la sponsorizzazione camuffata, verrà ricordata come il Real Vicenza: subito la promozione in A, poi lo storico 2° posto alle spalle della Juve. Di quel Vicenza Paolo Rossi è la stella. La Juve ci ripensa, lo rivuole. Farina e Boniperti non si accordano sulla comproprietà....Si andrà alle buste. Farina la mette giù pesante: «Noi combatteremo con i moschetti, loro con i bazooka». Da una parte, la Juve. La Vecchia Signora, la Grande Città, Torino, gli Agnelli, la Fiat, il Potere. Dall’altra, il Vicenza. La Provincia, la Periferia dell’Impero, il Nuovo che avanza. Quanto vale Paolo Rossi? Giussy Farina non ha certezze. Una settimana prima di andare alle buste il presidente entra nello spogliatoio del Vicenza, i giocatori stanno seduti sulle panche, Farina distribuisce fogli e penne, poi chiede: e voi al posto mio che cifra mettereste sulla busta? Si va allo scrutinio, la media è di un miliardo. Gibì Fabbri azzarda: presidente, scriva uno e quattro. La settimana dopo, 19 maggio 1978, si aprono le buste: Paolo Rossi resta al Lanerossi Vicenza per 2 miliardi, 612 milioni e 510 mila lire. E come quando tutto sembra troppo bello per essere vero, arriva l'epilogo amaro. Il Vicenza riparte per la stagione 1978/79 stanco e indebolito dalla partenza di perdine importanti (uno su tutti: Filippi). Esce subito dalla Coppa Uefa per mano del Dukla Praga, con Pablito gambizzato da un difensore ceko di nome Macela. E' solo l'antipasto per un campionato giocato sempre sull'altalena. Falsa partenza, ripresa e incredibile filotto di sconfitte nel finale che condanna Farina e Rossi alla Serie B. Così fu....Giussy comprerà di nuovo il suo pupillo nel 1985, e lo porterà al Milan: Paolo ha 29 anni e molte vite alle spalle, due anni persi per squalifica dopo il calcio scommesse, il Mundial spagnolo da eroe, dopo la pizza e il mandolino c’è lui, Paolorossi, tutto attaccato, un marchio più che un nome, dal Congo al Circolo Polare Artico Paolorossi uguale Italia. Col Milan firma un biennale da 700 milioni l’anno, gli danno il 10 che fu di Rivera, parte bene, finisce male, il ginocchio non regge, dopo un anno va a Verona, poi chiude, a 31 anni ancora da compiere. Nel febbraio del 1986 Giussy Farina viene raggiunto da un mandato di cattura per falso in bilancio, lascia il Milan con 13 miliardi di debiti, lascia l’Italia, emigra, va in Africa, poi in Spagna, dove vive oggi, baffo più grigio, stesso lampo nello sguardo, magari ripensando all'Anonimo...