L'Italia medaglia d'oro alle Olimpiadi del 1936

Berlino 1936: contrariamente ad ogni pronostico, la giovane Italia di Vittorio Pozzo vince la medaglia d'oro, ancora ad oggi l'unica nella storia del calcio italiano...attendevano compiti ugualmente impegnativi e apiù soddisfacenti forse. Pozzo fu preso sul serio. La prova provata la ebbe all'incontro seguente, allo Stadio Momsen, contro il Giappone. Effettivamente, i ragazzi nostri sapevano giocare. Si erano adattati al regime di vita che il ct aveva prescritto. Erano entrati nel giro delle abitudini della Squadra Nazionale vera e propria, soprattutto come giuoco sul campo. Col grosso vantaggio che, nella Nazionale grande, il ct aveva a che fare con gente dalle abitudini radicate — e difficilmente, o per lo meno pericolosamente, modificabili — mentre nel caso presente molte cose si potevano ancora plasmare. Aveva bisogno di una strigliata, la Squadra, per applicarsi con rigidità e fermezza ai temi che doveva svolgere. Lo fece, contro il Giappone, questo. Lo fece così bene che ne saltò fuori un risultato di otto a zero. Fu da quel momento che l'undici nostro prese a lavorare veramente come una squadra. La base del nostro successo fu gettata quel giorno. A proposito dell'incontro coi Giapponesi, ricordo di aver letto recentemente le affermazioni di un tizio, nel senso che allora le nostre due mezze ali raramente varcarono la linea della metà campo. Risposta: passammo quasi tutto il secondo tempo nella area di rigore giapponese, e Biagi, nostra mezz'ala sinistra, mise a segno quattro reti». ira di tutti un pò. Ma mi mise Bertoni in grado di prendere parte alla semifinale contro la Norvegia. Con ricaduta, prima del termine della partita, e colla necessità di ricominciare daccapo colle cure subito dopo: ma giuoco e segnò lui stesso il punto della vittoria». L'incontro sul campo è duro, e l'Italia, provata, è costretta a chiudersi in difesa negli ultimi minuti. Una battaglia fisica, ma non c'è astio tra le due antagoniste: già il giorno dopo Pozzo offre un passaggio sul proprio pullman agli scandinavi, che lo accettano volentieri, nonostante i timori della polizia tedesca sulla possibilità dello scoppio di una rissa, rivelatisi infondati. L'ultimo atto, il 15 agosto, è con l'Austria. E a favore degli italiani interviene nientemeno che... Jesse Owens. Lo racconta ancora Pozzo nelle sue memorie: «In finale delle Olimpiadi! Contro l'Austria! Chi se lo sarebbe mai sognato? Di nuovo il nervosismo che tenta di impadronirsi dei nostri ragazzi! Giungere fin lì e poi perdere? Questo no, vero? In quei cinque giorni di attesa, fra la semifinale e la finale, ad aiutarci fu Jesse Owens. Sì, proprio lui, il negro che aveva vinto o stava vincendo i 100 metri, i 200, il salto in lungo, la staffetta 4 per 100. Abitava nel villaggio olimpico in un'altra casetta, a due passi da noi. Veniva a visitarci, dopo cena, con una chitarra ed una fisarmonica. E suonava, e ballava la danza del ventre. Gli piaceva la nostra compagnia, perché diceva che gli italiani ridevano sempre, e così rumorosamente». La partita, finalmente. L'Austria viene piegata sempre solo ai supplementari (2-1). La squadra austriaca aveva eliminato nei quarti il forte Perù (in semifinale la Polonia per 3-1) pur uscendo sconfitta nettamente dal campo (2-4). Infatti gli organizzatori avevano ordinato la ripetizione della partita perché alcuni sostenitori sudamericani avevano invaso il campo dopo il terzo gol della loro squadra. Il Perù, offeso per quella che ritenne una prevaricazione, preferì ritirarsi. L'Italia, davanti a un pubblico schierato con l'Austria, prossima all'Anschluss, si prende l'oro grazie a una doppietta del solito Frossi. La prima gemma al 70', approfittando di una mischia in area, la seconda, l'ennesima decisiva, al 92' su azione manovrata, dopo il pareggio di Kainberger, giunto all'80'. Ci vogliono quindi 120' di sofferenza anche in finale e l'eroe è sempre lo stesso. Si tratta comunque sempre di atleti lautamente ricompensati, come Foni e Rava, che negli anni a venire saranno i grandi terzini della Juventus. Foni vincerà il Mondiale del 1938 e come allenatore si aggiudicherà due scudetti con l'Inter nel dopoguerra. Lo stesso Pozzo racconta così la selezione: «Dovevo attenermi agli studenti e chiamai i giocatori uno ad uno individualmente, ben deciso a non mandare indietro chi avevo convocato. Dovevo anche in quel caso arrivare al numero di ventidue. Ero stato in precedenza ai Giochi Universitari nostri a Bologna, e con l'ambiente studentesco non avevo mai perso in realtà contatto. A Firenze, a Bologna, a Livorno, ma principalmente a Pisa, in una partita appositamente organizzata, avevo visto dei ragazzi tecnicamente bene impostati, e che facevano al caso nostro. Avevo assunto informazioni, e qualcuno lo avevo anche seguito da vicino. Uno per uno, affluirono tutti: Piccini della Fiorentina, Baldo della Lazio, Biagi del Pisa, Marchini della Lucchese, Cappelli del Viareggio, Scarabello dello Spezia, Venturini della Sampdoria. Tutti studenti autentici, e ragazzi di buona famiglia. Poi vennero Foni e Rava della Juventus, e Bertoni del Pisa, e buoni ultimi Frossi e Locatelli, già in procinto di essere accaparrati dall'Ambrosiana» L'Olimpiade calcistica di Berlino è di livello alto, ma non assoluto: mancano l'Uruguay, il Belgio e la Cecoslovacchia, protagoniste su tutti i gradini del podio delle prime edizioni. L'Italia svolge una minuziosa preparazione a Merano, dove Pozzo ha convocato la rosa da lui personalmente scelta. Che però non riscuote una grande fiducia, a causa della scarsa esperienza dei suoi elementi, tutti esordienti. E infatti la partenza è sotto tono. La Nazionale inizia facendo fatica contro i non irresistibili Stati Uniti (1-0, rete di Frossi al 58', espulso per scorrettezze cinque minuti prima Rava) in un match che prevede l'eliminazione diretta e che quindi crea apprensione per tutti i 90'. Preoccupato, Pozzo striglia i suoi e nei quarti arriva una travolgente grandinata nei confronti del Giappone (8-0, 4 reti di Biagi, 3 di Frossi e una di Cappelli), rivelatosi molto meno pericoloso del previsto, nonostante la sua precedente impresa con la quotata Svezia (3-2). Appena acquistato dall'Ambrosiana-Inter, capocannoniere del torneo, 7 pesantissimi gol per lui alla fine, Frossi, friulano, ala destra, gioca con un paio di occhiali dotati di lenti infrangibili, procuratigli dallo stesso Pozzo, fissati dietro alle orecchie da un elastico. Diventeranno immediatamente il suo marchio di fabbrica e lui, che sarà anni più tardi un allenatore di successo (con il modulo a M), verrà chiamato "il dottor sottile", per le sue originali intuizioni tattiche. Frossi è l'uomo simbolo di una Nazionale inizialmente poco considerata, come lui stesso ammetterà in una rievocazione: «L'indifferenza generale ci accompagna ed i più noti critici sportivi non credono in noi. Ci definiscono una buona compagine, ma nulla più. Noi invece siamo sicuri delle nostre forze e abbiamo l'intima convinzione che sapremo superare ogni aspettativa». Il bomber della XI Olimpiade Moderna narra così le sue sette perle. «Con gli Stati Uniti un allungo di Marchini mi trovò pronto allo scatto: superai in velocità il terzino che mi contrastava e tirai deciso segnando l'unico goal della partita. Nei quarti di finale il Giappone venne subissato da otto goals, tre dei quali segnati da me. Successivamente incontrammo la Norvegia: stilisticamente fu la miglior partita del torneo. Per me fu la peggiore, perché mi buscai un calcio alla testa verso la metà del primo tempo e rimasi stordito. Tuttavia, raggiunti dagli avversari nella ripresa, toccò ancora a me risolvere la contesa. Ciò avvenne nel primo tempo supplementare, allorché un tiro di Bertoni venne respinto mezzo metro più in là dal portiere ed io, irrompendo come una furia, misi in rete. L'altro grande protagonista, Vittorio Pozzo racconta così la cavalcata vincente sull'Austria: «Secondo minuto del primo tempo supplementare. Pallone di Frossi nella rete austriaca. Ci siamo. È cosa fatta. Ventotto altri minuti di lotta accanita. I nostri che si battono come giganti, il fischio finale dell'arbitro tedesco Bauwens. Santa Olimpiade, sei cosa nostra! Corro sul campo, i giocatori mi volano incontro, mi abbracciano, mi travolgono. Ci chiamano davanti alla tribuna d'onore. Lassù, quei due marinai che issano lentamente la bandiera italiana sul più alto pennone dello stadio. Tutte attorno, le centomila persone che prima ci erano contrarie ora stanno in piedi e salutano noi. E noi, qui sull'attenti, mentre echeggiano le note dell'inno nostro. Credo di essere solo io a piangere, mentre faccio uno sforzo  a  stare rigido  sull'attenti.  Macché,  piangono tutti quei ragazzi nostri. Ancora una volta, arrestati attimo fuggente, sei così bello».Un'impresa quella dell'Italia: doveroso ricordare l'undici schierato da Pozzo che ha preso l'oro. Venturini, Foni, (capitano) Rava, Baldo, Piccini, Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Gabriotti. Anni dopo il Commissario Unico avrebbe ricordato, a freddo, quei grandi momenti, superiori persino (oggi sembra incredibile) a quelli dei successi iridati: «Era la vera squadra dei giovani: venti, ventun anni e poco più... E si era andati avanti... E la cosa era riuscita... L'avevamo fatta grossa. Avevamo vinta una Olimpiade. E i giocatori l'avevano vinta bene, meritatamente, questa Olimpiade. Nessuno, assolutamente nessuno, nemmeno tra i nostri avversari, ne dubitava». Alfredo Foni, pilastro della difesa, rammentava l'imprevista e grande affermazione come una delle sue più grandi gioie sportive. «Nessuno di noi aveva mai giocato in A, pochissimi in B... Ho avuto due anni dopo la soddisfazione, assieme a Rava e a Locatelli, di vincere in Francia il Campionato del Mondo, ma le cose andarono piuttosto lisce, la nostra superiorità era evidente. A Berlino, invece eravamo una delle poche squadre che non fosse una A, ma certamente supplimmo con una specie di spirito goliardico commisto alle nostre capacità di ragionamento. Intelligenza e velocità furono le nostre armi preferite, le armi tradizionali che ci consentirono quell'insperato successo». Foni sarebbe diventato un campione, sul campo e in panchina, ma molti dei quattordici olimpionici rimasero nell'oscurità dopo i lampi d'oro di Berlino: Scarabello addirittura si sarebbe dedicato alla carriera cinematografica. Adolf Hitler vuole che le Olimpiadi di Berlino colpiscano il mondo con forza, come strumento eccezionale di propaganda. E così è. L'organizzazione e gli impianti sono monumentali. Ma la scena la ruba decisamente Jesse Owens, al secolo James Cleveland, ventireenne freccia d'ebano dell'Alabama, che vince l'oro di 100, 200, salto in lungo e staffetta, umiliando le teorie ariane. Nel calcio, incastonato tra i due Mondiali del '34 e del '38, arriva, inatteso, il trionfo dell'Italia, allenata da Pozzo, che ai suoi ordini ha giocatori iscritti ufficialmente a Università (Foni, Negro, Scarabello, Bertoni e Frossi in seguito conseguiranno il dottorato) oppure Istituti Superiori. Non è la migliore selezione possibile, non ci sono figure di primissimo piano, nessun olimpionico fino a quel momento aveva giocato nella Nazionale maggiore. Gli stipendi dei giocatori, ormai però tutti professionisti, vengono definiti assegni di studio, per mantenere lo spirito dilettantistico, almeno nelle forma: non si gioca per lucro, ma per diporto. Nella sostanza si aggira l'ostacolo, anche se in Italia il professionismo non è stato ancora dichiarato. Fu quella degli azzurri una metamorfosi decisiva, che Pozzo racconta così: «Con gli Stati Uniti effettivamente vincemmo, ma malamente: per uno a zero. Per una rete di Frossi, l'opportunista, nel secondo tempo. Di istruzioni ne erano state date e ribadite a iosa, ma, come succedeva spesso in squadre grandi e piccine, sul campo ognuno aveva fatto a modo suo. Ed in un rapporto appositamente convocato nella veranda della nostra casetta il giorno dopo, battei i pugni sul tavolo. Dissi che non ero abituato a parlare a vanvera, e che, se qualcuno aveva l'intenzione di fare quello che gli pareva e piaceva, che me lo dicesse subito: io avrei piantato baracca e burattini, e me ne sarei tornato a casa, dove mi sarei riposato. In semifinale, davanti ai novantamila spettatori dell'Olympiastadion, l'Italia doma la favorita Norvegia (2-1), che presenta una vera e propria Nazionale maggiore, reduce dall'aver estromesso la Germania padrona di casa. Il sofferto successo arriva ai supplementari, con una rete decisiva di Annibale Frossi, che riprende al 96' una conclusione di Bertoni. Neri al 15' aveva portato in vantaggio gli azzurri, prima del pareggio di Brustad al 57'. Il match ha un retroscena, rivelato proprio dallo stesso Pozzo: «Dolosamente, qualcuno di quei diavoletti nipponici, con un fallo malizioso, ci aveva messo fuori combattimento il capitano ed ala sinistra, Giulio Cappelli. Non poté più comparire sul campo. Nella squadra c'era stato un cambiamento solo, quel giorno. Bertoni aveva preso il posto di centroavanti, sostituendo Scarabello. Mi dava delle soddisfazioni, ma anche dei grattacapi, Bertoni. Era un bel tecnico. Vedeva il giuoco, alla Meazza, toccava la palla a proposito. E, come Meazza, faceva funzionare colla sua presenza l'intero settore di avanguardia. Ma era venuto a Merano prima, ed a Berlino poi, tacendomi di un principio di strappo muscolare ad una gamba. Poi, al vedere la squadra andar bene, ed al sentire il dolore riacutizzarsi, si era spaventato. Anche perché da uno strappo, come spesso avviene, ne nacque un secondo. Era un ragazzo onesto, e, coi compagni, diceva che mi aveva ingannato: e piangeva. Io credevo in lui, sapevo che cosa voleva dire la sua presenza in squadra. E per lui andai a... rubare. Rubai un dottore. Il dottor Zezi, che era uno specialista dei raggi Roentgen, sapeva manovrare gli apparecchi per le cure elettriche più moderne, ma era addetto ai nostri canottieri, al Wannsee. Io glielo portai via, con Duello aereo nella finale Italia Austria. La finale contro i dilettanti austriaci, che secondo le previsioni generali avrebbero dovuto batterci. Scendemmo in campo facendo tesoro degli insegnamenti di Pozzo: forti nella preparazione fisica, fortissimi in quella morale e fu quest'ultima a darci la vittoria. A venti minuti dalla fine, Frossi segna il goal che supposero decisivo, ma dieci minuti dopo si verificava il goal del pareggio. Ci vollero i tempi supplementari e al 92' minuto sempre Frossi realizzò la rete risolutiva; centro di Gabriotti, magnifica finta di Bertoni che simulò un'entrata di testa; irrompendo in piena corsa, si trovò il pallone sul sinistro. Era sempre stato scarso e incerto su quel piede; ma quella volta colpì duro e secco: pallone in rete, e più tardi il nostro tricolore si alzava superbo sul pennone più alto dello stadio, nel silenzio solenne di centomila e più spettatori».Annibale Frossi, capocannoniere. olimpico

Il balzo di un puma quel gol di Gigi Riva

Quel gol che portò l'Italia in Messico fu il balzo di un puma con le sembianze di un uomo. "Ricordo quella rete, l'emozione nel cuore, il boato della folla, una gioia indescrivibile, cose che neanche se uno si ammalasse di Alzheimer potrebbe dimenticare...". Stadio San Paolo di Napoli, 22 novembre 1969, Italia contro Germania Est. La partita decisiva per andare ai Mondiali e affrontare il Brasile di Pelè. Gigi Riva raccoglie i ricordi con quel suo tono secco, senza fronzoli. "Segnai il 3 a 0.Domenghini stava lavorando un pallone sulla fascia destra alla sua maniera, e correva. Io aspettavo il momento migliore per inserirmi in area. Vidi arrivare una palla tesa, forte, non mi restava che buttarmi con il corpo in avanti. Pensai: dai Gigi, devi guadagnare mezzo secondo di tempo, altrimenti non ce la fai. Mi inarcai, tuffandomi. Schiacciai il pallone di potenza con la testa, verso la porta. Poi sentii un boato spaventoso al San Paolo, una gioia incontenibile. "Sì, certo, dissi no ad Agnelli. Cos'altro avrei potuto fare?", si chiede oggi Riva. "La Sardegna mi diede una casa, un affetto immenso, una famiglia. I soldi, anche quelli. Ma l'umanità della gente, l'amore, non avevano prezzo. Che belli, quegli anni. E quel 1969. Forse il momento migliore per me, ero in una condizione splendida. E quello stadio, e Napoli che esplodeva...". San Paolo di Fuorigrotta, ottantamila sguardi sulla Nazionale. E quel gol. Corre, Domenghini, come solo lui sapeva fare. Rivolge lo sguardo al compagno. Riflette un istante. Si sarà detto: aspetta Gigi, ti ho visto, mi affido a te, sei capace di tutto. Parte il cross, lungo, morbido, teso verso il centro dell'area. Riva è già lì, ma all'inizio non si vede. Le telecamere ritagliano un fazzoletto verde di erba e basta. Poi in basso nei teleschermi, del tutto imprevisto, si vede spuntare un missile umano. Proprio così, un razzo con i motori incandescenti. Arriva veloce, inafferrabile. Si impone al raggio ottico della telecamera, volando, ventre a terra: dovete inquadrarmi, sono qui, non potete non riprendermi. Non s'è mai visto un numero 11 sospeso nell'aria come un falco, eppure al San Paolo accade. Il tuffo e la città violenta Segna, Riva, segna. Fallo per tutti quelli che hanno la rabbia dentro e vogliono riscattarsi. E poco importa se da una rete si pretende tanto, se la trasformi in un messaggio politico, impegno troppo gravoso per una palla di cuoio. Riva si spinge con la testa lì dove ogni altro calciatore sarebbe giunto in scivolata, con i piedi uniti per lo sforzo. Un tuffo lungo interminabili istanti di adrenalina pura. "Mi dicevo: guadagna tempo, Gigi, strappa quel mezzo secondo in più, ecco, colpisci ora...". In quella stessa giornata e forse proprio in quei minuti, in un'altra parte di Napoli non contagiata dall'urlo dello stadio, un italo-canadese spaccia dollari falsi e viene ammanettato in un bar del centro. E mentre Gigi vola, caspita come vola quell'ariete, Giuseppe di San Giorgio a Cremano viene morso all'orecchio durante una lite con un automobilista. E Riva è già un frammento più avanti e ha quasi colpito la palla scagliandola verso la porta, quando un manovale di venti anni muore tamponato da un'auto a Brusciano. E alla periferia della città un uomo viene ferito con due pistolettate solo perché curiosava in una vettura, e intanto Gigi vola, e quelli del San Paolo lo seguono con il cuore in gola, ce la farà, non ce la farà, e il portiere capirà, riuscirà a parare. E intanto la vita scorre e con essa la morte, e la piccola Immacolata residente con la famiglia in via Bernardo Tanucci muore intossicata ad appena tre mesi perché la madre per errore le ha somministrato un prodotto per gestanti. E intanto Riva vola sempre di più verso la palla, sospeso in aria, ma come si fa a restare tanto tempo librati a un metro da terra, senza cadere, è qualcosa di sovrumano. In quegli stessi secondi, cinquanta automobilisti restano appiedati in piazza teatro San Ferdinando perché hanno consegnato le chiavi a due parcheggiatori abusivi condotti in questura dalla polizia. Diavolo di una città, si ripetono sempre le stesse cose e non sono quasi mai belle cose. L'Italia della Nazionale '70. Però almeno quell'Italia lì sembrava più unita, meno egoista, si ritrovava nel calcio, anche se il boom economico era finito da un pezzo e in quei giorni di novembre l'agente Antonio Annarumma veniva ucciso a 22 anni a Milano nei disordini in piazza tra dimostranti e forze di polizia. E il presidente del Consiglio Rumor in parlamento esortava a resistere ad ogni tentativo eversivo. "Era un'altra epoca, un calcio diverso, anche una società diversa - ricorda Riva -. Resistevano valori umani che non ci sono più. Tra noi eravamo davvero amici. Gli ambienti intorno al pallone sono cambiati. Oggi si gioca una partita quasi ogni giorno, per mascherare i problemi dell'Italia. I calciatori vivono tra gossip e veline. Anche noi andavamo con le veline, cosa credono. Ma non cercavamo le prime pagine, non portavamo le ragazze sulla spiaggia giusta per farci fotografare. Ed eravamo pure più concreti". Nel bene e nel male il paese aveva contorni netti, proprio come Riva al San Paolo mentre spicca il balzo verso la porta difesa da un portiere inebetito, e non può essere che questo si lanci così - pensava l'ultimo difensore - ma siamo ammattiti, vuole farsi male. No Riva non vuole farsi del male, ha solo grinta, una voglia epica di vincere, e intanto guadagna altri centimetri di volo, Riva non si impressiona quando capisce che sta per toccare la palla con la testa, proprio come un missile. E la tocca, perbacco se la tocca., colpisce la palla di testa. La fa schizzare in rete con la velocità di un missile, un missile lunare, e trafigge lo sventurato portiere Croy ed è un gol fenomenale e tutto lo stadio si alza in piedi e sembra un intero paese compatto e fuso in un comune sentire. "A Napoli avevano particolare simpatia per noi e per quelli del Cagliari in particolare", ricorda il calciatore. "Allora eravamo l'unica squadra in grado di contrastare lo strapotere calcistico di Milano e Torino. Nel centro-sud scattava un meccanismo di identificazione. A Napoli, poi, era straordinario". Adesso esulta, Riva: solleva le braccia al cielo, raccoglie l'emozione irripetibile di un applauso di massa. Domenghini lo stringe: Gigi, Gigi. "Fu meraviglioso, un intero stadio per noi. Napoli mi ha sempre regalato gioie forti". Il volto ancora più scarno e i muscoli contratti scolpiscono una pazza vertigine sul viso. Correva, Riva, come un puledro senza briglie nel grido degli ottantamila: gol, gol, gol."Rete, rete, rete", urlava Nando Martellini ai microfoni della telecronaca. Quel gol. Un sortilegio, l'invenzione di un genio con le fattezze squadrate di atleta. "Ci giocavamo la qualificazione - racconta Riva - dovevamo assolutamente vincere per andare in Messico. La Germania Est era una buona squadra. Sentivo molto la responsabilità, partecipai a tutti e tre i gol, anche se sbagliai un rigore. Il primo nacque da una conclusione mia, respinta, che poi Mazzola mise in porta. Il secondo venne da un mio assist per Domenghini. E l'ultimo...". L'ultimo fu un lampo. La prodezza di uno che non tirava mai indietro la gamba, anche a costo di rompersela. Difatti se la ruppe parecchie volte. Un eroe moderno. Poco italiano, nel senso che assumeva tutti i rischi del mestiere su di sé. Quello che rifiutò l'offerta di Agnelli e la Juventus. Secoli di orgoglio meridionale condensati in un "no". Il sud contadino che si affranca dal nord industriale. La Sardegna che detta la linea al continente. E si toglie lo sfizio di un rifiuto all'uomo più potente d'Italia. gig

Taranto-Milan 3-0...la partita perfetta

Il 7 dicembre 1980 è una data storica per il Taranto Calcio. Il giorno di Sant’Ambrogio di trenta anni fa, infatti, la squadra pugliese annientò, allo stadio “Jacovone”, il Milan versione “piccolo diavolo” guidato da Massimo Giacomini, condannato dalla Giustizia Sportiva alla serie B per lo scandalo del calcio-scommesse che aveva determinato anche la penalizzazione di 5 punti per il Taranto, da scontare nell’annata 1980/81. La partita contro il Palermo, disputata il 9 dicembre 1979, risultò combinata e da qui la decisione di penalizzare il club pugliese. Alla presidenza della società c’era Donato Carelli che nella stagione squassata dal calcio-scommesse aveva allestito una squadra competitiva dopo una consistente campagna acquisti. I tifosi, dopo aver sperato di lottare per la promozione in A, ritrovarono invece la loro squadra coinvolta nel giro di partite truccate. Tuttavia, le prospettive del Taranto 80/81, malgrado la zavorra iniziale, erano buone. In panchina era stato confermato Gianni Seghedoni, passato alla storia, con la maglia della Lazio, per un suo gol fantasma allo stadio Olimpico, su calcio di punizione, contro il Napoli. La sua potente conclusione sfondò la rete partenopea e l’arbitro non si accorse del gol. Una svista che costò ai laziali la promozione in A. La sua carriera di allenatore aveva registrato il picco più alto alla guida del Catanzaro che con Seghedoni in panchina conquistò la prima storica promozione in A (1971). Tra i nuovi acquisti del Taranto, spiccavano la mezza punta Nicola Cassano, il portiere Ciappi, Fabbri (prelevato dal Rimini), Mucci (giunto dal Livorno), Chiarenza, Fagni, Gori e il muscoloso centrocampista Cannata. Tra i confermati, dopo il buon campionato precedente, Pavone, Dradi, Picano e Scoppa. L’annata 80/81 ebbe un tragico inizio in casa Taranto. Antonio D’Angelo, regista della squadra appena ceduto al Rende, perse la vita in un incidente stradale mentre si dirigeva in Calabria per la sua nuova destinazione. Un destino tragico, considerate le volte in cui D’Angelo aveva rifiutato il trasferimento. L’inizio di stagione del Taranto fu incoraggiante. Già alla quinta giornata, la squadra di Seghedoni aveva cancellato il -5 in classifica, centrando successivamente due successi interni consecutivi a spese del Varese e nel derby contro il Bari, in cui fu decisivo un gol di Fagni. Al match con il “diavolo declassato” la squadra pugliese giunse dopo una serie di tre sconfitte e due vittorie. Quella prima domenica del dicembre ‘80, lo stadio Jacovone registrò il tutto esaurito, con circa 25 mila spettatori. Sugli spalti non c´era posto nemmeno per una formica. Cronaca di un'impresa All’appuntamento con la partita più prestigiosa della stagione, i padroni di casa si presentarono al gran completo. Seghedoni schierò Ciappi tra i pali (portiere che aveva dato buone garanzie in quel primo scorcio di campionato), Chiarenza e Beatrice terzini, Ferrante in mediana, Falcetta stopper e Picano nel ruolo di libero. Gori all’ala destra, Cannata e Pavone centrali di centrocampo, Mutti e Cassano con compiti prettamente offensivi completavano lo scacchiere pugliese. Sull’altro versante, Giacomini, il mister con la chioma sempre ordinata, dovette fare a meno del portiere titolare Piotti (rimpiazzato da Vettore) e del nazionale Fulvio Collovati. La linea difensiva, composta da Tassotti, Maldera, Minoia e Franco Baresi, faceva invidia a parecchie squadre di A. In avanti i rossoneri si schieravano con Buriani, Novellino, Cuoghi, Romano e il bomber Antonelli. La squadra di Giacomini aveva dalla sua tutti i pronostici della vigilia. Mutti apre le danze La prima frazione di gara non riservò emozioni. Il gioco dei blasonati ospiti non trovò sbocchi in area pugliese. Al 44’, lo “Jacovone” esplose in un urlo di gioia per il gol del vantaggio dei padroni di casa, firmato da Bortolo Mutti. Cross dalla fascia destra a tagliare la linea difensiva milanista, stacco perentorio del numero 9 del Taranto, piazzato al centro dell’area piccola, e per Vettore non vi fu scampo. Nella ripresa, il Milan provò a raddrizzare la partita. Giacomini potenziò l’attacco, inserendo subito Vincenzi al posto di capitan Maldera e, a metà ripresa, Battistini per Cuoghi. Il diavolo tentò qualche sortita con Buriani ma l’estremo difensore Ciappi fece buona guardia tra i pali del Taranto. Pochi gli spazi a disposizione di Novellino, Vincenzi ed Antonelli che raramente giunsero al tiro. Milan in ginocchio. Incapace di trovare la via del gol, il Milan fu infilzato altre due volte nel finale di partita. Il raddoppio lo firmò l’ala sinistra Cassano, giocatore proveniente dalla zona vecchia di Bari. La sua fu una giocata spettacolare, capace di ridicolizzare, con una serie di dribbling ubriacanti, un pilastro come Franco Baresi, già allora elemento irrinunciabile dell’undici rossonero. L’attaccante pugliese partì palla al piede dalla trequarti ospite: prima e seconda finta, ulteriore dribbling a rientrare che mise a sedere Baresi e tiro imparabile per l’incolpevole Vettore, la cui unica presenza da titolare della sua breve militanza milanista coincise con la peggiore giornata stagionale della squadra rossonera. A dare alla vittoria del Taranto i segni dell’impresa da consegnare alla storia, giunse, poco prima dello scadere, il terzo gol di Mutti, al termine di un micidiale contropiede. Il centravanti raccolse una corta respinta del portiere milanista e depositò nella porta sguarnita davanti agli occhi di uno spaesato Tassotti. Taranto-Milan 3-0, un capolavoro da tramandare ai posteri. Mister Seghedoni fu osannato dalla tifoseria locale. La prodezza della squadra pugliese fu mediaticamente amplificata dal turno di riposo della serie A. La Domenica Sportiva affidò a Bruno Pizzul il servizio sulla disfatta del Milan e per tutti i tifosi tarantini fu una serata indimenticabile. Grande fu l’accoglienza per Nicola Cassano al suo ritorno a Bari dopo la grande vittoria contro il Milan. Intervistato nel 2009 da Lorenzo D’Alò della Gazzetta del Mezzogiorno, l’ex giocatore del Taranto, oggi titolare di una ditta di trasporti, ricordò quel gol che avrebbe potuto cambiargli la vita e del boato, quello dei tifosi dopo il suo gol, che gli è rimasto dentro. A 19 anni era balzato all’attenzione generale. “Ho trattato la celebrità – affermò Cassano - come si merita: da impostore. Ero un bravo ragazzo e lo rimasi. La sera tornai a casa, a Bari, quartiere San Nicola. Granita e pasticcini per gli amici. Fini lì”. Nicola Cassano, fantasista ante litteram, era abile a partire da lontano, evidenziando una progressione a tratti irresistibile, come quella che umiliò Baresi. Dopo la trafila nel vivaio del Napoli, arrivò a Taranto nel 1980. L’ingaggio di Cassano sfiorava due milioni di lire netti al mese: cifre economiche di un calcio che non aveva ancora azzerato i sentimenti. L’entusiasmo, in casa Taranto, salì comprensibilmente alle stelle dopo la vittoria contro il Milan. Sembrava il preludio ad una buona stagione ma ben presto il vento cambiò e la squadra pugliese, a causa di problemi societari, smarrì lo smalto della prima parte di campionato, finendo nei bassifondi della classifica. Seghedoni si dimise ad inizio marzo 1981; il suo sostituito, Umberto Pinardi, non riuscì a traghettare il Taranto verso la salvezza. La stagione si chiuse con un inglorioso penultimo posto e la retrocessione in C, dopo dodici campionati tra i cadetti, della squadra pugliese. Ben altra fu la musica nell’incontro di ritorno. La partita di San Siro non ebbe storia. Il Milan restituì al Taranto, con gli interessi, la batosta dell’andata. Infatti, il 10 maggio 1981 finì 4-0 per la squadra milanista, come pronostico comandava. I rossoneri andarono a segno con Antonelli (doppietta), Cuoghi e Battistini. Dopo poche settimane arrivò anche la matematica promozione in A del diavolo. Il tecnico Giacomini, dopo un iniziale rodaggio, aveva trovato l’equilibrio necessario a condurre la barca rossonera verso il porto dell’immediato ritorno in serie A. La batosta d’inizio dicembre ‘80, tuttavia, verrà archiviata come una delle sconfitte più clamorose della storia milanista, con il piccolo Davide pugliese ad infierire sul Golia rossonero che, sia pur declassato in cadetteria, rimaneva una delle colonne portanti del calcio italiano. Nella storia del Taranto Calcio fu quella “la partita perfetta”.

Malines...dal Belgio una piccola favola europea

Il Malines visse un breve ma intensissimo periodo di successi casalinghi ed europei alla fine degli anni ottanta, quando conquistò la Coppa del Belgio (1986/1987), la Coppa delle Coppe (1987/1988), la Supercoppa Europea (1988) e il campionato (1988/1989). Prima di aver tentato di battere il record mondiale di esoneri subiti (se ne contano nove nelle ultime quattordici stagioni, due delle quali per di più trascorse senza squadra) e di avere successivamente trovato rifugio in Medio Oriente tra sceicchi, Rolls-Royce e petrodollari a fiumi, l’olandese Aad de Mos godeva di una discreta fama come tecnico, frutto di qualche campionato di buon livello sulle panchine di Ajax ed Anderlecht, le cui bacheche erano state adeguatamente riempite di trofei vari (due scudetti e una Coppa d’Olanda il club di Amsterdam, un titolo nazionale quello di Bruxelles). Il vero capolavoro della sua carriera De Mos l’ha però compiuto alla guida di una piccola squadra di provincia capace di vivere un triennio da assoluta protagonista, in patria come in Europa. Quella squadra era il Koninklijke Voetbalvereniging Mechelen, meglio conosciuta in Italia con il nome di Malines. De Mos era finito in Belgio dopo un triennio abbondante e piuttosto vincente trascorso sulla panchina dell’Ajax e bruscamente interrottosi nel 1985 in un tiepido pomeriggio di maggio ad Haarlem, quando i biancorossi avevano dovuto soccombere di misura (1-0) ai padroni di casa, senza per questo compromettere la marcia verso il loro ventiduesimo scudetto. La dirigenza dell’Ajax parlò di 'forti divergenze d’opinione', strano però che queste fossero emerse solamente dopo tre anni e mezzo; in realtà De Mos era stato scaricato senza troppi complimenti dal presidente Tom Harmsen, già in parola con il figliol prodigo Johan Cruijff (tornato nel frattempo all’Ajax in qualità di tecnico - senza patentino - delle squadre giovanili dopo aver appeso definitivamente le scarpe al chiodo da campione d’Olanda nientemeno che con gli odiati rivali del Feyenoord) per affidargli la guida della squadra dalla stagione successiva. Nessuno avrebbe potuto immaginare che poco più di tre anni dopo, l’11 maggio 1988 per la precisione, allo Stade de la Meinau di Strasburgo, l’Ajax si sarebbe visto sottrarre la Coppe delle Coppe (vinta l’edizione precedente contro il Lokomotiv Lipsia) proprio dal Malines di De Mos, a completamento della più classica e dolce delle vendette. La vittoria del Malines quella sera fu un miracolo tanto inaspettato quanto assolutamente non casuale, un’impresa frutto della realizzazione di un progetto ambizioso e vincente i cui meriti erano da dividere in parti uguali tra presidente, staff dirigenziale, allenatore e giocatori. Il tutto aveva avuto origine dal miliardario John Cordier, proprietario della società di componenti elettroniche Telindus, che era diventato presidente del club nella stagione ’82-83 e nel giro di pochissimo lo aveva riportato nella massima divisione belga, ristrutturando lo stadio Achter de Kazerme e professionalizzando la struttura organizzativa della squadra. Il rinnovamento proseguì con l’ingaggio di De Mos e la costruzione di una squadra piena di elementi di valore, quali Michel Preud’Homme, Erwin Koeman, Eli Ohana, Piet den Boer, Graeme Rutjes e Marc Emmers. Nessun fuoriclasse, Preud’Homme escluso, ma tanti giocatori di livello più che buono in grado di costituire un gruppo solido e ben amalgamato. ''Quando arrivò De Mos nel 1986'', ha ricordato Cordier, ''l’unico nazionale del Malines era Leo Clijsters; tre anni dopo la squadra ne era piena''. Il calcio giocato dal Malines non era né innovativo né particolarmente spettacolare; era efficace, e di ciò se ne rese conto la sera dell’11 maggio un Ajax indubbiamente superiore sotto il profilo tecnico (in campo c’era gente quale Muhren, Bosman, Blind, Menzo, Van’t Schip, Witschege e, nel secondo tempo, Bergkamp) ma anche poco lucido causa una serie di problemi interni; Van Basten se n’era andato, così come il tecnico Cruijff (sostituito addirittura da un triumvirato composto da Spitz Kohn, Barry Hulshoff e Bob Haarms), Rijkaard non c'era più e i nuovi acquisti (Henne Maijer, Frank Stapleton e Jan Sorensen) languivano tristemente in panchina. In più Danny Blind aveva pensato bene di farsi cacciare dal campo dopo dieci minuti dal fischio d’inizio Un assist al bacio del fantasista israeliano Eli Ohana (premiato al termine della stagione dal Guerin Sportivo con il Bravo, riconoscimento assegnato al miglior giovane in ambito europeo), girato in rete da Piet Den Boer e i grandi interventi di Preud’Homme (in particolare un salvataggio miracoloso su una girata di Bosman) furono perciò sufficienti a mandare in delirio i diecimila tifosi belgi accorsi in Francia e a regalare al Malines il primo trofeo continentale della sua storia.Il secondo arriverà qualche mese dopo, ai danni di un’altra squadra olandese, il PSV Eindhoven campione d’Europa di Guus Hiddink e dei vari Romario, Vanenburg e Ronald Koeman, travolto 3-0 in Belgio da una doppietta di Bosman (acquistato proprio dall’Ajax nel corso dell’estate) e da un’autorete del difensore Valcx. Ininfluente la sconfitta (1-0) patita ad Eindhoven nel ritorno; la Supercoppa Europea entra nella bacheca del club giallorosso. Aad de Mos lascia la panchina del Malines per quella dell’Anderlecht nel giugno dell’89, non prima però di aver completato il suo capolavoro portando il club di John Cordier alla conquista del titolo nazionale belga, il quarto nella storia del club, il primo dal lontano 1948. Sarà il canto del cigno di una squadra che emanerà gli ultimi bagliori nella Coppa Campioni ‘89-90, eliminata ai quarti di finale dal Milan mondiale di Sacchi, Van Basten e Gullit; 0-0 in Belgio, 2-0 (dopo i tempi supplementari) per i rossoneri a Milano, dove Preud’Homme giocò una partita letteralmente mostruosa, parando l’inimmaginabile. Poi il declino, improvviso ma non imprevedibile; i guai finanziari della sua Telindus costrinsero infatti Cordier a smantellare rapidamente la squadra, cedendo tutti i pezzi pregiati, e successivamente a passare la mano. Il resto è facilmente intuibile: zero soldi, squadra ai limiti del presentabile, retrocessione in Tweede Klasse (anno ‘97-98, allenatore Franky Vercauteren), breve sussulto con il ritorno in Jupiler League (stagione 2001-2002), definitivo fallimento causa bancarotta (2003). Nell’ottobre del 2004 il Malines festeggia il suo centenario in Derde Klasse, tra i dilettanti, una cerimonia malinconica ulteriormente intristita dall’assenza di John Cordier, morto nel gennaio dello stesso anno per un attacco di cuore. Molti dei protagonisti del miracolo Malines si sono spenti una volta lasciata la squadra, o comunque non hanno avuto una carriera all’altezza delle aspettative, si pensi solo ad Eli Ohana, passato ai portoghesi del Braga prima di tornare in Israele e scivolare nel parziale anonimato (in patria è comunque rimasto un idolo), ma anche a Preud’Homme, sempre grande in nazionale ma limitato al Benfica da una società in piena crisi. Di Aad de Mos invece si è già detto; scudetto subito con l’Anderlecht, poi un estenuante girovagare tra Olanda (Psv Eindhoven), Germania (Werder Brema), Belgio (Standard Liegi e ancora Malines, questa volta in qualità di direttore tecnico), Spagna (Sporting Gijon), Giappone (Urawa Red Diamonds), Arabia Saudita (Al-Hilal) ed Emirati Arabi Uniti (la nazionale) alla ricerca di una gloria oramai perduta e sostituita da una dura realtà chiamata esonero. Perché se i sogni sono duri a morire, ancora di più lo è la nostalgia per un passato irripetibile che mai più si presenterà. Nell’era del calcio-business, il tempo delle favole è finito.