Trapattoni: 10 anni di Juventus

Dopo una soddisfacente carriera di giocatore nel ruolo di mediano ed una breve parentesi sulla panchina del Milan iniziò ad allenare la Juventus nell'anno 1976. Fu quella una coraggiosa decisione dell'allora presidente bianconero Giampiero Boniperti che decise di affidare al giovane Trapattoni una delle panchine più prestigiose del massimo campionato. Tale scelta si rivelò vincente visto che il Trap, riuscì al primo colpo a conquistare il tricolore e a trionfare in Coppa UEFA battendo in finale gli spagnoli dell'Atletico Bilbao: i primi di una lunga serie di trionfi che in dieci anni andranno a gonfiare la bacheca della Juventus. Se n'è appena andato Carlo Parola, timoniere dello scudetto 1974-75. Girano nomi importanti, per la sostituzione: quelli di Bersellini, Di Marzio, Angelillo. Invece, dal cilindro di Giampiero Boniperti spunta Giovanni Trapattoni, che ha appena chiuso col Milan e sembrava a un passo dal ripartire dall'Atalanta, in Serie B. Il Trap non fa rivoluzioni, a Boniperti chiede solo due guerrieri, Boninsegna e Benetti. Il presidente è perplesso, i tifosi sono amareggiati. Trapattoni viene accontentato e i risultati gli danno ragione: la Juventus parte a razzo, duella con il Torino di Radice, campione uscente e grande favorito, fino all'ultima giornata. Finisce con i bianconeri a quota 51 e i granata un punto più giù, ri­sultato storico e irripetibile. Intanto, a primavera è sbocciato un fiore chiamato Antonio Cabrini, e anche grazie al suo apporto la Juventus si fa largo in Coppa Uefa. Le mani sul trofeo, il primo riconoscimento internazionale nella storia della società, l'armata del Trap le mette il 18 maggio 1977, allo stadio San Mames di Bilbao: nel ritorno della finale di Uefa, l'Atletico Bilbao vince 2-1, reti basche di Irureta e Carlos, rete bianconera di Bettega. All'andata era finita 1-0 per la Juve, grazie a un gol di Tardelli. È il trionfo, e in quattro giorni la festa si completa: il 22 maggio, la Juve vince il diciassettesimo scudetto. Cambia poco, la seconda Juve dell'era Trapattoni. In pratica arriva solo Pietro Paolo Virdis, dal Cagliari, dopo un iniziale "no" al trasferimento che coglie di sorpresa Boniperti e lo induce a volare personalmente in Sardegna per convincere il giocatore. Virdis arriva, ma non cambia faccia alla squadra, anche perché una lunga malattia lo tiene lontano dal campo per due terzi della stagione. Tocca a quelli che già ci sono, crescere e convincere. Gaetano Scirea, per esempio, senza clamore sta diventando il miglior libero d'Italia, e a prendere il posto di Facchetti in maglia azzurra. Fatica maggiormente il giovane Cabrini, chiuso da una difesa titolare rocciosa che Trapattoni non si sente, per il momento, di rivoluzionare. Viaggia di conserva, la Juventus, e tanto basta a conquistare il secondo titolo consecutivo dell'era Trapattoni. L'unico avversario che prova a tenere il passo è il Vicenza rivelazione di Paolo Rossi. Il sogno europeo si arresta alle semifinali della Coppa dei Campioni, con l'eliminazione subita ad opera del Bruges. Quella del 78-79 è forse la peggior stagione dell'era del Trap. I bianconeri che hanno partecipato al Mondiale d'Argentina tornano svuotati. Doveva arrivare Paolo Rossi, cresciuto nel vivaio bianconero, ma Farina brucia Boniperti alle buste per una cifra stratosferica e il bomber resta a Vicenza. In campionato s'involano Milan e Perugia, in Coppa Campioni la Juve salta al primo turno, eliminata dai Rangers. Resta solo la Coppa Italia, e Trapattoni la vuole a tutti i costi: missione compiuta a Napoli, contro il Palermo, ma solo ai tempi supplementari. Ripartire da quel terzo posto che, dopo due scudetti, sembra una mezza disfatta. Trapattoni si mette all'opera pescando nella rosa dell'Atalanta: da Bergamo arrivano Tavola, Prandelli, Marocchino e Bodini. Stavolta, però, la Juve parte ancora peggio, e a metà campionato è quint'ultima, con 14 punti in 15 partite. Mentre l'Inter s'invola verso lo scudetto, i bianconeri si risvegliano e con un girone di ritorno ad alto livello (24 punti) raggiungono il secondo posto. In Coppa delle Coppe e in Coppa Italia, la Juve si ferma alle semifina­li: la mettono fuori gioco, rispettivamente, l'Arsenal e il Torino. Liam Brady, irlandese di 24 anni, è la stella dell'Arsenal. Il presidente Boniperti lo sceglie come primo straniero della Juventus dopo la riapertura delle frontiere. Brady ha fisico esile e piedi fatati, Trapattoni gli mette sulle spalle il numero 10 e lui prende per mano la squadra e la riporta in alto: parte piano, ma cammin facendo trova il ritmo e infila la strada giusta, quella che porta verso il diciannovesimo scudetto. Brady è anche il primo marcatore di una sorta di "cooperativa del gol": segna otto reti, Cabrini e Tardelli ne fanno sette, Bettega, Fanna e Marocchino cinque, Scirea quattro. La Juve gira a quota 18, poi azzecca un girone di ritorno esaltante, che vale 26 punti, aggancia Roma e Napoli e le supera. Trapattoni si esalta, parla di nuovo ciclo bianconero. In Europa va male, al secondo turno di Uefa la Juventus viene eliminata dal Widzew Lodz, guidato dal giovane talento polacco Boniek. Lo scudetto numero venti, quello della seconda stella, arriva a un quarto d'ora dalla fine dell'ultima giornata di campionato, dopo un lungo testa a testa con la Fiorentina. A Catanzaro il tricolore è nelle mani di un campione che sa già che il suo destino sarà lontano da Torino. Brady ha appena saputo che gli stranieri della Juve, nella prossima stagione, saranno Platini e Boniek. Eppure, minuto settantacinque di Catanzaro-Juventus, batte con imperturbabile freddezza il rigore decisivo che consegna all'armata del Trap vittoria e scudetto. La sua corsa, la Juventus l'ha fatta senza Bettega, fuori dalla settima giornata per un grave irrfortunio al legamento collaterale del ginocchio sinistro, rimediato in uno scontro con Munaron nell'andata degli ottavi di Coppa Campioni contro l'Anderlecht, sfida sfortunata anche perché i belgi buttano la Signora fuori dall'Europa. Paolo Rossi rientra, dopo due anni di inattività, solo nelle ultime due partite. Sorprende e incanta il giovanissimo Giuseppe "Nanù" Galderisi, che segna sei gol, tutti decisivi. Parte con i riflettori puntati addosso, la nuova Juve di Trapattoni, impreziosita dai gioielli Platini e Boniek. Tutti la danno come favorita, un attacco con Rossi, Bettega, Platini e Boniek sulla carta è da urlo. Invece, come succede spesso, i profeti hanno vita difficile. Proprio come la Signora, che parte male e si ritrova a fare i conti con i problemi muscolari di Platini, che non ingrana. È l'anno della Roma di Liedholm, di Falcao, e contro il destino non si può andare. L'idea è quella di prendersi una bella rivincita in Coppa dei Campioni. Il sogno infinito. Sembra fatta, quando la Juventus arriva alla finalissima di Atene, il 25 maggio dell'83 contro l'Amburgo. Sugli spalti ci sono cinquantamila italiani, è come giocare in casa. Invece, arriva il gol di Magath al nono minuto a raffreddare i cuori. Una doccia ghiacciata, la Juve europea si spegne lì, a un passo dal grande traguardo. Trapattoni pensa seriamente ad andarsene, Boniperti lo trattiene. Lui resta, e reagisce. Porta il suo gruppo al successo in Coppa Italia e nel Mundialito per club. A fine stagione, Dino Zoff dice basta. È stato una bandiera della Juve e della Nazionale, ha vinto abbastanza per chiudere, a quarant'anni, una carriera splendida. Stagione 83-84. Si accende il Re Michel Platini, finalmente libero dai problemi fisici, fa esplodere sul campionato italiano la sua classe infinita. Risultato: tanto fosforo da illuminarci il gioco della squadra, con l'aggiunta di un grappolo di gol importanti. Alla fine saranno venti, e porteranno Roi Michel dritto sulla vetta della classifica marcatori. In porta, il totem Zoff è sostituito degnamente dal giovane Stefano Tacconi. Insomma, la Juventus è pronta a ripartire di slancio. Arriva lo  scudetto numero ventuno, ma arriva anche la Coppa delle Coppe, che per la prima volta finisce nella bacheca di Galleria San Federico. Il re delle notti d'Europa è Zibì Boniek, molto più indecifrabile in campionato. Finale a Basilea, 16 maggio dell'84: Juventus-Porto 2-1, è proprio Zibì a mettere l'impronta sul trofeo internazionale più importante della storia bianconera. Solo un inizio, per Trapattoni. Lui preferisce parlare di trampolino di lancio verso la coppa che ancora manca, quella più sognata dal popolo juventino. Lui pensa alla Coppa dei Campioni, sente che il traguardo è vicino...Stagione 1984/85. Il campionato finisce presto, per chi è partito col dovere di difenderlo. Troppi problemi, per Tra­pattoni. La stanchezza di Platini, spremuto dalle partite dell'Euro­peo vinto con la maglia della Na­zionale francese; gli infortuni di Brio; gli addii annunciati prema­turamente da Rossi, Boniek e Tardelli. È l'anno del Verona di Ba­gnoli e dell'ariete Elkjaer, viag­giano forte anche Inter, Torino e Sampdoria. Trapattoni intuisce che il campionato è perduto e si butta sull'Europa. Nel mirino c'è un obiettivo immenso, la Coppa dei Campioni. La Juve scalda i muscoli vincendo la Supercoppa europea, contro il Liverpool, 2-0 a Torino il 16 gennaio '85 con una doppietta di Boniek. E ritrova il Liverpool nella finale di Coppa Campioni, il 29 maggio allo stadio Heysel a Bruxelles. Dovrebbe essere la data di una serata di fe­sta, passerà alla storia del calcio come uno dei suoi giorni più tra­gici: sulle tribune del vecchio, ob­soleto Heysel, si scatena la follia degli hooligans inglesi. La gente fugge, tanti restano schiacciati contro le reti di recinzione. Scene apocalittiche, quando la polizia belga riesce a riportare la calma è troppo tardi, ed è una calma mortale: trentanove corpi restano a terra. In campo, dopo una sospensione, la partita riprende in un clima surreale. Motivi di ordine pubblico, si dirà poi. E la Juventus vince il trofeo a cui teneva di più nella notte insanguinata di Bruxelles, e non può far festa. Nessuno sorride, nessuno è felice. Il segno di quella notte dannata resterà nell'anima di tutti quelli che c'erano. Stagione 1985/86 Manca ancora un trofeo, nella bacheca bianconera. Trapattoni si mette al lavoro per portare a Torino la Coppa Intercontinentale. La conquista l'8 dicembre 1985 a Tokyo. È una vera battaglia, contro l'Argentinos Juniors. Finisce 2-2 dopo i supplementari, 6-4 ai rigori. Quello decisivo, guarda un po', lo segna Michel Platini. In campionato la Juve parte fortissimo: otto vittorie nelle prime otto partite, primato che fino a questo momento apparteneva soltanto a un'altra Juve, la prima del favoloso quinquennio degli anni '30, quella della stagione 1930-31 per intenderci. A metà campionato i bianconeri hanno 26 punti, ed è sempre record, ma quando sembra che il gioco sia più facile del previsto arriva l'affanno. C'è il ritorno della Roma, c'è la strenua resistenza dei ragazzi del Trap, cose che danno un gusto vivo al torneo. Concentrarsi sul campionato costa caro in Coppa Campioni, dove i bianconeri vengono eliminati dal Barcellona. Finisce in gloria, l'ultima stagione del Trap, con il ventiduesimo scudetto e l'impronta bianconera sul mondo. Abbastanza per crogiolarsi nell'oro della gloria, se non ci si chiamasse Giovanni Trapattoni. Il condottiero ha già deciso, il suo ciclo bianconero è terminato. Di lì a un anno, se ne andrà anche l'ultimo e il più grande dei suoi guerrieri, quel Michel Platini che quando arrivò in Italia era un magnifico anarchico del pallone, e che sotto le cure del Trap è diventato cuore, cervello e motore della Juventus e della Francia. Il migliore, per farla corta. Dominatrice in Italia e in Europa a cavallo tra gli anni 70 e 80.L'incontro fra la Juve e il Trap avvenne in sordina. Il tecnico milanese, conclusa una brillante carriera di calciatore, aveva ereditato dal Cesare Maldini la panchina del Milan nelle ultime sei giornate del campionato '73 - '74, era stato poi il secondo di Giagnoni ('74 - '75) ed aveva infine guidato la squadra rossonera al 9 posto del '75 - '76. Era conteso da Atalanta e Varese quando Giampiero Boniperti, dopo la morte di Picchi, verificate le eccellenti referenze che aveva avute sul suo conto, lo chiamo' e gli offrì la guida della Juve. Si incontrarono in un motel a meta' strada fra Torino e Milano. Senza nascondere un pizzico di imbarazzo e di soggezione, Trap accetto'. Fu presentato con un comunicato rimasto storico per l' involontaria ilarita' suscitata. Recitava, in poche parole che, "andando in pensione per raggiunti limiti di età il responsabile del settore giovanile Ugo Locatelli, questi veniva rimpiazzato da Cestmir Vycpalek, Parola passava al settore osservatori e quindi la prima squadra era affidata a Giovanni Trapattoni". Non suscito' ilarita', soprattutto negli avversari, la Juve del Trap, che aveva voluto, in cambio di Capello ed Anastasi, due elementi di cui si fidava ciecamente: quel Romeo Benetti che anni prima la Juve aveva follemente ceduto alla Samp con l'aggiunta di 270 milioni per un frillino come Bob Vieri (!) e quel Boninsegna da anni considerato alla frutta ma che continuava a non trovare eredi altrettanto caparbi. Dai cambi la Juve aveva incassato, a conguaglio, oltre un miliardo. L'esordio del Trap, malgrado gli impacci iniziali, fu eclatante: scudetto a 51 punti, dopo un esaltante testa a testa contro l'irriducibile Torino, e conquista a Bilbao della Coppa Uefa, primo trofeo internazionale della Juve. E così quel biondino accolto con una certa diffidenza per i suoi trascorsi milanisti ma che in panchina si faceva rispettare, e non solo per il caratteristico fischio che usava per richiamare l' attenzione dei propri giocatori, divento' presto un idolo dei tifosi. Piaceva per la sua semplicità, la disponibilità, la schiettezza che esibiva nei rapporti col mondo esterno. Nella stagione successiva il Trap bisso' il titolo e sfiorò la finale di coppa dei Campioni, preclusa da una semifinale stregata - quella col Bruges allenato da Ernst Happel - condizionata soprattutto dagli errori dell'inqualificabile arbitro svedese Eriksson. L'avvocato Agnelli, dapprima diffidente, ne resto' conquistato. Lo chiamava quasi tutte le mattine, fra le sei e mezzo e le sette. Gli chiedeva di tutto: dall'umore dei campioni, alla crescita dei ragazzini. E parlava molto di futuro. La Juve del Trap cominciava ad assumere una propria fisionomia: accanto ai veterani (Zoff, Furino, Benetti, Boninsegna e Bettega) crescevano giovani promettenti come Scirea, Tardelli, Cuccureddu, Gentile, Cabrini. All' insegna dell' equilibrio. "Una squadra e' come un rosone - amava dire il Trap - in cui ogni elemento deve essere collocato al posto giusto: se salta l' armonia, addio". A quel punto il ("difensivista") Trapattoni cullo' un progetto ambizioso: un tridente con Roberto Bettega al centro e Paolo Rossi e Virdis ai fianchi. Causio, per la realizzazione di questo progetto, era stato gia' promesso al Napoli, quando Boniperti si fece soffiare clamorosamente Paolo Rossi alle buste da Giussy Farina. Progetto rinviato e tutto come prima. Dopo due stagioni interlocutorie anche in coppa dei Campioni, la seconda impennata. Arrivo' lo scudetto di Liam Brady, lo scudetto della praticita' , della concretezza, dell' organizzazione di gioco, Tardelli ormai maturo e giovani virgulti come Fanna, Marocchino e Virdis. E bis l'anno dopo ('81 - '82) con la crescita di Brio, Marocchino, Galderisi e Virdis. Ma era l' anno della svolta. Alla vigilia dei mondiali l'Avvocato scende in campo e "arpiona" Michel Platini e Zibì Boniek. Trap si trova a gestire l'inserimento dei due campioni in una squadra che aveva dato il telaio (compreso il recuperato Paolo Rossi) all'Italia campione del mondo. La prima stagione e' difficile, anche per i problemi (fisici e non) incontrati da Michel Platini. Lo scudetto va alla Roma inesorabile rivale dei bianconeri, ma - dopo la delusione della finale di Atene contro l'Amburgo del solito Happel - si apre un nuovo ciclo: scudetto e coppa delle Coppe nell'84, Supercoppa e coppa dei Campioni nell'85. E' una Juve meno prepotente ma più spettacolare di quella del '77, una Juve segnata dall' intelligenza e l'eleganza di Platini e Scirea, dalla potenza di Boniek, dall'aggressività di Tardelli, Gentile e Cabrini, dalla generosità di Bonini. Una Juve che quando vuole fa spettacolo e risultati. Per Trap sembra tutto facile, ma e' il periodo più difficile. Deve domare le personalità di grandi campioni, la voglia di libertà di un Platini che andrebbe sempre all'attacco e di un Boniek anarchico come pochi. E deve combattere coi denigratori che contano solo quello che non vince anzichè i suoi successi, attribuendo questi ultimi all'ala protettrice di Boniperti. Trap si ribella, finalmente. "Quando si ha la possibilità di lavorare con un presidente come Boniperti - spiega - che fa parte della storia del calcio, sarebbe idiota non confrontarsi con lui. Sono stato onorato di aver potuto farlo tutti i giorni. Ma questo non ha mai tolto nulla alla mia autonomia". La Juve comincia a stargli stretta. Vuol dimostrare, agli altri ma anche a se stesso, che sa vincere senza la Juve. Ed emigra all'Inter nell'86, non prima di aver regalato alla Juve il 6 scudetto, uno dei più sofferti ed a divorzio ormai abbondantemente annunciato.

Dino Zoff e la Nazionale

Dino Zoff e l'Italia: insieme hanno percorso tre decenni di storia del calcio italiano. Quattro Mondiali (e vittoria in Spagna a 40 anni suonati) e una serie di record difficilmente battibiliDino Zoff, portiere del Napoli, debutta in nazionale proprio a Napoli il 20 aprile 1968. Non in un'amichevole qualsiasi, ma in una gara importantissima: valida per la qualificazione alla fase finale dei campionati europei, che si disputano in Italia. Ferruccio Valcareggi, dopo la sconfitta di due settimane prima a Sofia dove il titolare Albertosi ha incassato tre gol, nella decisiva sfida di ritorno contro la Bulgaria lancia quel portiere di 26 anni, che non soltanto resta imbattuto, ma stupisce per la sua calma  capitan Facchetti e gli altri veterani Mazzola e Rivera. Valcareggi non ha più dubbi e anche nella successiva gara contro l'Urss conferma Zoff. Il portiere ricambia la fiducia restando ancora imbattuto, ma siccome finisce 0-0, solo un fortunato sorteggio con monetina, antenata di supplementari, golden gol e rigori, promuove gli azzurri verso la finale contro la Jugoslavia. Alla sua terza presenza, Zoff incassa il suo primo gol dalla piccola ala sinistra Dzajic. Poi rimedia Domenghini e finisce ancora pari. Ma stavolta, trattandosi della finale, si ripete la gara, sempre a Roma due giorni dopo, quando segnano Riva e Anastasi. Zoff non subisce gol e così, a venti giorni dal suo esordio e dopo appena quattro partite in azzurro, il 10 giugno 1968 solleva già la sua prima coppa di campione d'Europa, l'unica tra l'altro vinta dall'Italia. La sua prima trasferta con la maglia della nazionale è contro il Galles il 23 ottobre 1968. Il battesimo lontano dall'Italia del numero uno Zoff si chiude con un successo per 1-0, firmato dal numero undici Gigi Riva. E' il primo passo verso i Mondiali del '70, dove Zoff incredibilmente perde il posto, senza motivo apparente, a favore di Albertosi. "E' stata una grande sconfitta personale", ha brontolato più volte Zoff, che però non ha mai sollevato la minima polemica. Primo in Europa, secondo (senza giocare) nel mondo, Zoff ritrova il posto da titolare dopo dieci partite, guarda caso proprio nella tana del rivale Albertosi, a Cagliari nell'amichevole persa 2- 1 contro la Spagna, il 20 febbraio 1971. Manca Riva e piovono fischi con arance, ma da quel giorno Zoff torna a essere l'indiscusso numero uno, salvo sporadici contentini per Albertosi, Paolo Conti e Bordon, volando così dalla presenza numero 12, con rare soste, fino a quella numero 112. Passato nel frattempo alla Juventus, Zoff vive in azzurro il suo periodo migliore a livello personale. Imbattuto per 903 minuti in campionato, stabilisce un record mai più avvicinato in nazionale, con ben 1.143 minuti senza gol in 12 partite, tra le quali spiccano le prestigiose vittorie in amichevole contro il Brasile e l'Inghilterra. Sembra il modo migliore per preparare il suo primo Mondiale da protagonista, nel '74 in Germania. Con lui c'è sempre Riva, che gli assomiglia nel carattere chiuso e schivo, ma nonostante la loro presenza quell'Italia è spaccata nello spogliatoio e così nella facile gara d'esordio contro Haiti, Zoff perde la sua imbattibilità, superato da Sanon, che porta addirittura in vantaggio gli avversari. Poi gli azzurri segnano tre volte, ma il gol che interrompe il record di Zoff, in quella che doveva essere la sua gara numero 13 senza reti al passivo, è il classico campanello d'allarme. Dino Zoff e Ferruccio Valcareggi: tra i due un grandissimo rispettoL'Italia esce male dal Mondiale e Valcareggi se ne va. Arrivano prima Bernardini e poi Bearzot, ma l'onda del rinnovamento non sfiora Zoff. Anzi proprio lui, nella seconda partita della nuova gestione, il 20 novembre 1974 a Rotterdam, al centro del campo dà la mano come nuovo capitano dell'Italia, al capitano dell'Olanda, Cruijff. E' la prova generale in vista dei Mondiali del '78 in Argentina, dove Zoff arriva con i gradi lasciatigli in eredità da Facchetti, che chiude la sua carriera azzurra a Wembley fermandosi a quota 94 presenze. Dalla gara successiva del 3 dicembre 1977 a Roma, contro il Lussemburgo, Zoff che ha già 61 gare azzurre alle spalle diventa capitano e lo resterà fino al termine della carriera. Ma con la promozione arrivano anche le prime, violentissime, critiche. L'Italia perde 2-1 le ultime due partite contro Olanda e Brasile, e Zoff viene accusato di essere vecchio, perchè non avrebbe visto partire i tiri da lontano di Haan e Dirceu. Lui si arrabbia, ma incassa, cercando invano la rivincita in un altro europeo giocato in Italia nel 1980. Prima di Zenga nel '90, e di Pagliuca negli Usa e in Francia, anche Zoff si arrende alla maledizione dei rigori nella finale del terzo posto contro la Cecoslovacchia, uscendo imbattuto dalla competizione. Trentotto anni sono tanti, ma Enzo Bearzot e il suo nuovo "vice" Cesare Maldini, che proprio dopo gli europei dell'80 prende il posto di Memo Trevisan, hanno piena fiducia in lui. Bordon e Galli possono attendere, e così Zoff si presenta in Spagna al suo quarto Mondiale, terzo da titolare. Determinante nella sfida infuocata di qualificazione a Belgrado contro la Jugoslavia nell'81, il portierone vede debuttare Bergomi in azzurro a Lipsia il 14 aprile, poi taglia orgogliosamente il traguardo delle cento partite a Vigo, nella gara d'esordio ai Mondiali contro la Polonia, naturalmente senza gol al passivo. Ma la parata simbolo della sua carriera resta quella dello storico 5 luglio 1982 al Sarrià di Barcellona, contro il Brasile. Perchè è vero che Rossi firma tre gol, ma senza quell'intervento di Zoff, che a pochi istanti dalla fine blocca sulla linea un colpo di testa di Oscar, la partita sarebbe finita 3-3, e anche in quel caso l'Italia sarebbe uscita imbattuta dai Mondiali. Invece l'Italia va avanti, e siccome gli azzurri inventano il primo silenzio stampa della storia, l'unico incaricato di parlare tutti i giorni, a parte il c.t., è il capitano, cioè Zoff. Proprio lui, il più taciturno, costretto a far violenza al proprio carattere, prima di battere anche la Polonia in semifinale, e la Germania in finale. Zoff, quarantenne giovanotto senza un capello bianco, alza la coppa felice, portiere e capitano campione del mondo, come il mitico Combi nel 1934. Gigante sui 110 metri d'erba del "Bernabeu", viene rimpicciolito a livello grafico, ma ingrandito a livello di prestigio, nei cinque centimetri del francobollo disegnato da Guttuso, passando attraverso una copertina del settimanale americano Newsweek, e la più famosa partita a carte della storia del calcio, con il presidente della Repubblica Pertini, Bearzot e Causio, su un aereo dell'Aeronautica Militare nel volo di ritorno da Madrid a Ciampino. E così neppure l'anonima appendice finale, con le ultime sei partite azzurre senza vittorie, rappresenta uno strato di polvere su tanta gloria. Perchè il 29 maggio 1983, quando l'Italia perde 2-0 a Goteborg contro la Svezia, Zoff è ancora il migliore in campo. Ma a quota 112, big Dino dice basta.

Il Grande Parma di Tanzi

Dalla provincia alle vette del calcio europeo: il Parma di Callisto Tanzi e della Parmalat, storia di una favola sportiva ed economica dal finale drammaticamente all’italiana. Su e giù, come su una giostra, alla velocità della luce. In queste poche parole scarne e lapidarie, ma terribilmente concrete ed indicative, l’epopea del grande Parma, la squadra frutto della laboriosa provincia italiana traghettata dal nulla cosmico delle serie minori ai grandi palcoscenici europei.“Frutto della laboriosa provincia italiana”: non è una forzatura per indicare una piccola cittadina ed una sua squadra di rappresentanza salite alla ribalta come tante altre volte è accaduto nella variopinta storia del nostro calcio. È invece la didascalia più calzante sotto le immagini di questa storia, della storia del grande Parma dell’era Tanzi. Una storia fatta di “sponsorizzazioni perfette”, di “errori virtuosi”, di scudetti sognati e mai arrivati e di un crack che fa la storia del calcio a Parma, ma anche (e tristemente…) dell’industria italiana anni 2000. Comunque sia, i prodomi dell'esplosione calcistica parmense risalgono alla fine del campionato 1986/87.  Proprio mentre la Napoli del Napoli di Maradona è appena venuta fuori dalla sbornia del double scudetto-Coppa Italia, una società di Serie B firma il classico contratto che ti cambia la vita. In meglio. Il Parma Calcio, gestito dal buon senso tutto emiliano dell’indimenticato Ernesto Ceresini, entra, come società sponsorizzata, nel feudo del marchio industriale più importante della provincia, nel feudo della Parmalat. È solo il primo passo, il destino della società è già segnato. Ed è un destino francamente insperato quello che attende la società biancocrociata, che per anni ed anni si è dibattuta in una sconsolante quanto a volte (minimamente…) esaltante altalena tra serie B, C e D, e che solo pochi mesi addietro, grazie alle rivoluzioni copernican-calcistiche del suo nuovo fattucchiere della panchina, tale Arrigo Sacchi (tra l’altro già vestitosi di rosso e nero), era uscita da un anonimato freddo quanto il silenzio di un campetto di periferia. Un mediocre andirivieni che non può bastare al nuovo sponsor, esempio della raggiante industria italiana del dopoguerra, fulgido modello di quella imprenditoria che dal nulla porta a costruire imperi grandi come quelli di Alessandro Magno. La squadra, in pochi mesi cambia infatti volto: finita precocemente l’era Zeman, immediata continuazione di quella Sacchi, e terminato l’interregno di Giampiero Vitali, arriva finalmente la stagione di Dio 1989/90. In panchina siede un nuovo enfant prodige della panchina, un allenatore che quasi quasi in un solo anno portava la Reggina dalle secche della serie C1 allo splendore di una Serie A persa solo all’ultimo rigore dello spareggio. Il nuovo mister si chiama Nevio Scala: crede nel progetto, lascia l’amata squadra calabrese e, fortuna sua, ci vede giusto. Il 27 giugno 1986: Ernesto Ceresini e Calisto Tanzi firmano l'accordo con il quale la Parmalat sponsorizza il Parma Calcio per tre anni. La squadra fila che è un piacere: il Parma, ancora guidato dal buon Ceresini, assapora finalmente l’ebbrezza dell’alta quota, fin quando la notizia della morte dell’amato presidente non riporta i ragazzi biancocrociati sulla Ricordot che quand a t’ vè su ‘na pianta, con pu a t’ ve in alta, con pu i broch i diventon sutil e con pu a te ‘t zlontan da tera…(Ricordati che quando sali su un albero, più vai su, più i rami diventano sottili e tu ti allontani da terra) Il drammatico evento accelera la macchina-Parmalat, che in un nonnulla rende fatto il passaggio di consegne dalla famiglia Ceresini: la promozione arriva il giorno 27/05/1990, con una sceneggiatura che fa impallidire Hollywood intera. La partita decisiva è il sentitissimo derby con la Reggiana ed il 2-0 a firma di Osio e Melli è un epilogo che suggella una stagione indimenticabile per la squadra e per l’intera città, che può così finalmente confrontarsi con il grande calcio guardandolo negli occhi con la sfrontatezza di chi ha le spalle coperte da un progetto: il progetto dei Tanzi e del Parma. Domenico Barili, grande stratega di marketing della società della famiglia Tanzi, asseriva convinto: “Nel calcio il vero sponsor della squadra è il suo presidente o proprietario. Il giorno in cui il presidente della squadra sarà anche il presidente della società che riproduce il suo marchio sulle maglie, avremo il primo esempio di sponsorizzazione perfetta”. Il Parma che si presenta per la prima volta ai nastri di partenza del massimo campionato di calcio è, appunto, il primo esempio della “sponsorizzazione perfetta”. E se il termine “perfetta” dovesse apparirvi esagerato data la sua accezione di irraggiungibilità, allora è meglio non passare dalle parti di Parma durante la stagione 1990/91.La squadra, schierata da Nevio Scala con l’oramai imperante 5-3-2 si arricchisce di eccellenti giocatori (il portiere brasiliano Taffarel, il libero belga Grun, e l’ottimo svedese Brolin), che, innestati su un telaio già di buonissimo livello (Apolloni e Minotti dietro, Osio e Zoratto al centro e la futura bandiera Melli di punta), consentono ai ducali di strappare applausi, di riscuotere simpatie e, soprattutto, di cogliere un quinto posto finale che vuol dire Coppa UEFA. E siamo solo all’inizio. La squadra, gestita dal nuovo presidente Giorgio Pedraneschi, uomo sportivo targato Parmalat (ovviamente...), si puntella ancor di più nell’estate 1991 con l’arrivo di uomini destinati a fare la storia (il giovane terzino Benarrivo ed Alberto Di Chiara) e di altri poco appariscenti ma di sostanza come il portiere Ballotta e l’attaccante Massimo Agostini, “Condor” da sempre lanciato sulle praterie del gol. La stagione si apre con la sconfitta al primo turno di Coppa UEFA con il CSKA Sofia e si conclude con la perdita di una posizione sulla graduatoria finale del campionato. Le due mezze delusioni vengono però ampiamente compensate dal primo grande successo delle maglie gialloblù, che nella stagione 1992/93 potranno fregiarsi di una coccarda tricolore che sa di storia. Il Parma, infatti, alza nel cielo del “Tardini” la sua prima Coppa Italia, dopo un torneo perfetto (eliminate, una dopo l’altra, Palermo, Fiorentina, Genoa e Sampdoria) ed una doppia finale epica, in cui la Juventus del Trap-bis, dopo aver prevalso al Delle Alpi grazie ad un rigore di Roby Baggio, deve inchinarsi ai gialloblù, che trionfano davanti al loro pubblico grazie alle reti di Sandro Melli e Marco Osio, gli stessi goleador del derby dei formaggi che appena due anni prima era valso la promozione in A. Un plot perfetto, una scalata programmata nei minimi dettagli che conosce il suo primo grande trofeo: il primo di una lunga, lunghissima serie. Sempre Barili “Quasi tutti i telecronisti stranieri chiamavano la squadra Parmalat, non Parma. Questo è un errore virtuoso che piace molto all’azienda”. In una frase la descrizione di quello che per il Parma è il punto di non ritorno. La Coppa Italia del 1992 segna un cambiamento epocale nella storia della squadra gialloblù, la trasformazione definitiva da realtà di provincia in squadra vincente di dimensione internazionale. Gli arrivi di Tino Asprilla e Fausto Pizzi regalano infatti alla squadra imprevedibilità e fantasia in abbondanza in avanti, in una struttura dai meccanismi ormai mandati a memoria e perfettamente imperniati sull’asse Grun-Minotti-Zoratto. L’entusiasmante campagna europea del Parma 1992/93 è figlia di queste felici intuizioni: Ujpest, Boavista, Sparta Praga e Atletico Madrid si rivelano vittime sacrificali prima dell’atto finale, nel tempio di Wembley, datato 12 maggio. Sono passati meno di tre anni dal derby che per il Parma volle dire Serie A, ed i ragazzi gialloblù già alzano al cielo il loro primo, meritatissimo trofeo internazionale: l’Anversa fa quel che può, pareggia l’iniziale vantaggio di capitan Minotti, prima di cadere inerme sotto i colpi di Sandro Melli e Stefano Cuoghi,  che regalano a Parma ed al Parma la prima storica Coppa delle Coppe. È un trionfo, il trionfo della famiglia Tanzi e del suo progetto, il trionfo della programmazione e degli investimenti onerosi ma mirati ed oculati, il trionfo di un gruppo dirigenziale e di squadra mai così uniti (storico l’affiatamento scrivania-campo della magica triade Pedraneschi-Pastorello-Scala) e, sebbene vincenti, così tanto simpatici a tutti gli sportivi italiani. La Coppa delle Coppe, unitamente al terzo posto in campionato, apre un biennio magico: con l’approdo, diluito in due estati, del primo vero grande fuoriclasse (Gianfranco Zola, proveniente dal Napoli) e di gente dura come Crippa, Bucci, Sensini, Fernando Couto e Dino Baggio, il Parma mira e riesce ad entrare a pieno titolo nel ristretto novero delle grandi del calcio italiano.Le grandi imprese si susseguono a ritmo vertiginoso, con andatura continua e apparentemente irrefrenabile. Stagione 1993/94: quinto posto in campionato, Supercoppa Europea strappata al Milan di Capello e cavalcata della conferma in Coppa Coppe che si ferma solo alla finale con l’Arsenal di Londra, che si impone per 1-0. 12 maggio 1993: Stagione 1994/95: secondo posto in campionato, secondo posto in Coppa Italia e vittoria nella Coppa UEFA, in un meraviglioso duello su tre fronti con la Juventus di Marcello Lippi, che si impone nelle due competizioni di casa ma che lascia campo e vittoria ai gialloblù nella kermesse europea. Il Parma alza infatti al cielo il suo terzo trofeo europeo,  dopo una doppia finale nel segno dell’ex Dino Baggio, giustiziere dei bianconeri con il gol dell’1-0 dell’andata del ”Tardini” e con il decisivo gol del pareggio nel ritorno di San Siro, insolito teatro del match. Applausi a scena aperta, la piccola realtà di provincia è nel gotha del calcio europeo. La sensazionale stagione appena giunta al termine consiglia ai grandi capi di osare: al Parma, per il salto di qualità in chiave scudetto, manca un leader carismatico, un fuoriclasse in grado di cambiare in un lampo il volto di una partita. Detto fatto, il patron e la sua azienda non badano a spese e dal Barcellona arriva in Italia addirittura il Pallone d’Oro in carica, il bulgaro Hristo Stoichkov, capocannoniere dell’ultimo Mondiale, sinistro vellutato e carattere al pepe. Insieme a lui, un difensore destinato a fare la storia di Parma e dell’Italia intera, Fabio Cannavaro. Le aspettative vengono però clamorosamente disattese: Stoichkov si rivela incostante e finisce per pestare i piedi all’altro astro lucente Zola e la stagione, aperta tra squilli di fanfare, si chiude senza successi, ed è la prima in assoluto da quando i ducali bazzicano la serie A. Calisto Tanzi decide per il ribaltone: fuori il buon Pedraneschi, fuori mister Scala, dentro due junior per poltrona e panchina. Stefano Tanzi è il nuovo presidente, mentre l’uomo di casa Carlo Ancelotti è il nuovo allenatore. La squadra viene potenziata in maniera esponenziale: dentro un tris di califfi come Thuram, Chiesa e Crespo, che si aggiungono ai già presenti Cannavaro, Crippa e Benarrivo e che si completano con il nuovo grande baby fenomeno dei pali, il giovanissimo quanto dotato Gigi Buffon. Il Parma arriva secondo in campionato, a soli due punti dalla Juventus di Lippi, conquistando l’approdo in Champions League. L’anno dopo, e siamo al 1997/98, la musica non cambia in sede di mercato ma si rivela tutt’altro che melodiosa in campo: arrivano, tutti in un colpo, Zè Maria, Blomqvist, Stanic e Stefano Fiore, ma la squadra in Europa va a casa nella fase a gironi, mentre in campionato non va oltre un insipido sesto posto. A pagare per tutti è ovviamente Ancelotti, reo tra l’altro di aver rifiutato l’acquisto di Roberto Baggio, caldeggiato ed ormai concluso dalla famiglia Tanzi, e di non aver saputo dare riscontro alle aspettative tecniche della proprietà. “Dal Parma non si può pretendere soltanto la vittoria di uno scudetto. Bisogna esigere anche il bel gioco”. Parole e musica di Stefano Tanzi, giovane e rampante presidente, entrato a pieno titolo dopo queste dichiarazioni nel club “I sogni son desideri…”. Eppure, il mercato e la stagione 1998/99 sembrano dire altro, sembrano poter dare il la ad un nuovo grande ciclo: in panchina viene a sedere un giovane rampante dalla lingua lunga e dal calcio sbarazzino, tale Alberto Malesani, conosciuto per le sue esultanze ai limiti dell’umano; in campo ci entrano invece nuovi grandi campioni, primi tra tutti l’argentino Veron, arrivato dalla Sampdoria insieme al francese Boghossian, e l’ex laziale Diego Fuser. La squadra gioca bene, tiene testa a tutte le avversarie in campionato, sembra poter lottare finalmente per il titolo, per poi ritirarsi e preferire altre ribalte: in campionato è quarto posto, ma arrivano in sequenza, nel magico Maggio del 1999, le vittorie in Coppa UEFA (3-0 al Marsiglia a Mosca, a segno Crespo, Chiesa e Vanoli) e in Coppa Italia (doppia finale con la Fiorentina, 1-1 al “Tardini”, a segno Crespo e 2-2 in Toscana, con gol ancora di Crespo e di Vanoli). Il 5 maggio 1999: pareggiando 2-2 con la Fiorentina, il Parma vince la Coppa Italia. Il Parma entra di diritto tra le grandi di Italia ed Europa: la conferma è data anche dal completamento del tris, avvenuto però all’alba della nuova stagione con la vittoria della prima Supercoppa Italiana (2-1 al Milan di Zaccheroni). In pochi sentono nell’aria però che questi, sebbene forti e potenti, sono e resteranno gli ultimi vagiti. L’apogeo è stato toccato, ma nessuno lo sa. A tutti, società, squadra, città, manca la grande conquista, che però tarda e tarderà ad arrivare: lo scudetto, per Parma ed il Parma, resterà per sempre una chimera. Lo diventa a maggior ragione a partire dalla stagione 1999/2000, che dopo l’esaltante prologo sopra citato, riserva una serie di delusioni infinite: fuori dalla Champions  ai preliminari, fuori dalla lotta scudetto fin da subito, fuori dall’Uefa, fuori dalla Coppa Italia e sconfitta finale con l’Inter nello spareggio per la Champions dell’anno successivo. E tutto ciò, nonostante gli acquisti di Sartor, Ortega e Di Vaio, che però fanno da ben poco edificante contrappeso alle cessioni illustri di Veron e Chiesa. Il ridimensionamento è cominciato, e nella stagione 2000/2001 la campagna acquisti sforna un nuovo panettone che sa poco di dolce e molto di bruciato:  ci vogliono infatti tre allenatori per far fruttare gli acquisti di Sergio Conceicao, Almeyda Lamouchi, Micoud, Milosevic e Junior, controbilanciate però dalla cessione di Crespo alla Lazio.Amoroso, Micoud e Lamouchi: tre elementi del nuovo Parma di inizio millennio Malesani viene fatto fuori dopo un avvio shock, per risalire la china viene addirittura chiamato mastro Sacchi, ma lo stress tira brutti scherzi e quindi dentro Renzaccio Ulivieri, che a sorpresa, porta la squadra al quarto posto che vale la Champions ed alla finale di Coppa Italia persa con la Fiorentina di Roberto Mancini. Fuoco di paglia. Il Parma, giocattolo meraviglioso della famiglia Tanzi, prende a sfaldarsi: il 2001/2002 è l’annus horribilis: la campagna acquisti in fondo non è malaccio, avendo partorito un buon portiere (Frey) ed un centrocampista di alto livello (Nakata), se non fosse che ha contemporaneamente portato alla cessione alla Juve di Buffon e Thuram. La squadra sprofonda fino al decimo posto in classifica, frutto di un campionato disgraziato che vive di nuovo nell’incubo dell’andirivieni della panchina, che vede avvicendarsi Ulivieri, lo sciagurato argentino Passarella (cinque sconfitte su cinque per l’ex “Caudillo”) e l’uomo del vivaio Gedeone Carmignani, che salva la squadra e le permette di vincere l’ultimo trofeo, un’insperata Coppa Italia giunta ancora dopo la doppia finale con la Juventus di Marcello Lippi (1-2 a Torino, rete di Nakata e 1-0 al “Tardini” con rete decisiva di Junior). È davvero l’ultimo squillo: la squadra, oramai smembrata e priva di ambizioni, viene affidata a Cesare Prandelli per un “progetto giovani” che sforna un numero elevatissimo di futuri campioni (Mutu, Adriano, Bonera, Ferrari, Frey), ma che porterà alla chiusura della grande epoca d’oro. I passivi della società, che ha costi spaventosamente superiori alle entrate, sono solo una minima parte del vortice debitorio della Parmalat: il crac è terribilmente vicino, ed il Parma rischia di scomparire. Le dimissioni di Stefano Tanzi, del gennaio 2004, chiudono un’epoca.  Le tristi immagini delle lacrime di dolore del giovane patron al momento dell’addio suonano quasi a beffa per tutti i piccoli investitori completamente rovinati dalle magagne economiche dei vertici di Collecchio e per tutti i tifosi gialloblù, che in pochi anni hanno imparato a vivere ed a credere nelle favole e che si ritrovano, di colpo, protagonisti di un incubo non solo sportivo. A distanza di anni, chi doveva essere punito viaggia ancora sui lentissimi binari della macchina giudiziaria italiana, mentre il Parma, il nuovo Parma di Ghirardi e Guidolin, quasi fa sognare come ai vecchi tempi. Tempi di vittorie, di lacrime di gioia, di dolore, di coccodrillo e spese sul latte versato. Latte prima buono e poi acido, prima fresco e poi scaduto ma mai dimenticato nel frigo, come i momenti dorati di un’epopea irripetibile…

Luis Vinicio ed il suo vangelo calcistico


Nella stagione immediatamente successiva al Mondiale del 1974, un allenatore coraggioso decise di non limitarsi a spargere il fumo delle chiacchiere, ma di passare senz'altro ai fatti. Era trascorso qualche anno dal suggestivo esperimento di Amaral alla Juventus e fu un connazionale del brasiliano a piantare nuovamente l'arbusto della zona nel calcio italiano. Il suo nome era Luis Vinicio, era stato un grandissimo centravanti, piedi brasiliani e potenza atletica "tedesca", trasformatosi al termine della longeva carriera in allenatore rampante. Nella stagione 1973-74 si era cimentato per la prima volta sulla difficile piazza di Napoli e ne aveva tratto a sorpresa, in tandem col giovane manager Franco Janich, un lusinghiero terzo posto. Il suo tentativo tattico fece scalpore e fu portato avanti con ammirevole coerenza e brillantezza di risultati, prima di tramontare subitaneamente al cospetto di spietate esigenze di classifica. E il trauma dovette essere forte, se rimase nella stessa esperienza dell'allenatore una meteora priva di apprezzabile seguito. La sua avventura tattica tuttavia riveste una importanza fondamentale, perché valse a increspare la bonaccia tattica del calcio italiano, dimostrando che nuove vie potevano essere aperte. Tra l'altro, l'idea non nasceva sull'onda dei facili entusiasmi per il calcio olandese, ma aveva radici profonde nella carriera del tecnico, risalenti al 1968. Non appena passa, nel giro di poche settimane, dal calcio giocato in Serie A (Vicenza) alla sua prima panchina (Internapoli, Serie C), il trentaseienne Luis Vinicio decide di andare controcorrente. Ama il calcio come spettacolo, secondo la mentalità più genuina della sua terra, e decide di perseguirlo. Così l'Internapoli dei giovani Chinaglia e Wilson nel '68-69 sperimenta la zona. «Secondo me la zona resta il tipo di gioco più redditizio» spiegherà qualche anno dopo; «ricordavo i miei tempi da calciatore. C'erano delle marcature strettissime, si giocava per novanta minuti fuori dalla propria zona perché si doveva seguire il proprio uomo ovunque. Veniva così tolta alla squadra la possibilità di esprimersi, di imbastire azioni. Invece, un avversario deve essere controllato dal giocatore più vicino a lui. In possesso dì palla, il discorso è diverso, tutti devono partecipare, mettersi a disposizione affinché la palla giri. Ricordo che in tutte le mie squadre, dall'Internapoli al Brindisi alla Ternana, avevamo un gioco fluido, bello. Ci vogliono giocatori all'altezza, che sappiano marcare e giocare. Inutile fare la zona quando hai uomini poco disponibili. Nel Napoli, al primo anno, non fu possibile, perché il libero era Zurlini: lento, comportava dei rischi. Ma con l'arrivo di Burgnich, impiegato in linea con i difensori, applicammo la zona totale». Nel 1974 reduce da un terzo posto, a Napoli Vinicio è considerato una specie di profeta, può dunque azzardare la mossa tattica che gli sta a cuore. Gli danno del visionario, per quel Napoli "strano", tutto racchiuso in trenta metri, accorciato come zona comanda; e soprattutto per le tempeste cui espone il povero Tarcisio Burgnich, costretto a 35 anni a trasformare il suo compassato e prudente modo di fare il libero in interpretazioni audaci, da costruttore di gioco pronto alle avanzate, e il portiere Carmignani, destinato a trovarsi spesso in balia degli attaccanti avversari che hanno superato la linea difensiva. Le prime brillanti settimane di campionato, però, premiano la squadra e Vinicio viene applaudito come geniale innovatore. Il tecnico ci prende gusto, il suo amore per la battuta paradossale si sposa con la voglia e la necessità di stimolare i tifosi e arriva a ottobre a sfidare l'asfittica Nazionale di Fulvio Bernardini. Contrariato per la tenacia con cui il ct continua a ignorare i suoi giocatori nonostante le ottime prestazioni, il tecnico afferma che il Napoli è pronto a sfidare a singolar tenzone la squadra azzurra: se il Napoli batterà la Nazionale, il tecnico pagherà un banchetto per tutti a Borgo Marinaro. La favola inciampa e si spezza il 15 dicembre 1974, sul clamoroso 6-2 che in contropiede la Juventus di Parola infligge agli uomini di Vinicio al San Paolo, subito dopo la loro eliminazione dalla Coppa Uefa da parte del Banik Ostrava. «Circa la tattica reinventata da Vinicio» gongola allora Gianni Brera, italianista di ferro, «ho già avuto occasione di dire che è cervellotica e pericolosa: qualcuno si è sdegnato: subito dopo è scesa la Juventus a Napoli e ha vinto 6-2. Era la stessa Juventus che aveva penato a battere la Roma e l'Inter. Il Napoli non ha ritenuto di doverla rispettare e le sì è spalancato addossando i difensori ai centrocampisti: nelle molte pertiche libere davanti a Carmignani, gli juventini si sono avventati a turno creando come minimo dodici palle gol. Allora Vinicio ha ammesso di essere ancora giovane, come tecnico, e di dover imparare molte cose. E sembrato a tutti pieno dì umiltà e saggezza. Si è poi saputo che, prima di dichiararsi tanto umile, il brasileiro aveva tentato di scagionarsi addossando ai centrocampisti la responsabilità di quella Waterloo. I centrocampisti gli hanno risposto per le rime. Se rimarrà ancora in sella, converrà a Vinicio di mettere Burgnich al suo posto e di giocare come cercano tutti in questa valle di lacrime, stretti a difesa e larghi in attacco». Le critiche piovono impietose sul mister del Napoli, osannato fino al giorno prima: si vanta tanto dei trenta metri che recupera con la difesa in linea, ma a che gli serve tutto quello spazio? E come poteva pensare di utilizzare il miglior libero italiano, Tarcisio Burgnich, come uomo di appoggio? Da quel momento in poi, la difesa si fa più prudente e il Napoli recupera il sogno scudetto coltivandolo fino a poche settimane dalla fine. Quando perderà nuovamente lo scontro diretto, finendo secondo alle spalle della Juventus. Con il primato assoluto di gol fatti ma anche un pugno di mosche in classifica. Allora non c'era la Champions League, chi arrivava secondo si doveva accontentare della Coppa Uefa e quel risultato venne considerato uno smacco più che un successo. Vinicio restò ancora una stagione, ma il Napoli sbarazzino e "zonista" duro e puro dell'autunno 1974 non si sarebbe rivisto più. Né più lo stesso Vinicio riprodusse altrove la piccola utopia di quel modulo: «Con la Lazio» spiegava, cioè col successivo e suo ultimo approdo di grido, «non fu possibile, perché avevo Wilson che giocava venti-trenta metri dietro a tutti. Se si allunga la squadra, è un suicidio fare questo tipo di gioco. Bisogna giocare contratti, corti, per correre meno pericoli e non lasciare spazio agli avversari. E così si creano anche più difficoltà a chi deve offendere perché la marcatura è immediata. Non c'è dispendio di energie: gli uomini agiscono in pochi metri. Il pressing? E fatto dì scatti brevi, non lunghi. Il libero che diventa anche marcatore deve saper comandare e dare tranquillità e distanze. Il Napoli in versione "olandese" ballò un solo autunno. Perdute le sue stimmate di innovatore, Vinicio andò incontro a un rapido declino.